Esclusiva, Delio Rossi: “Lazio? Situazione complicata. Lotito è ambizioso, con Zamparini non mi annoiavo mai…”

In 25 anni di carriera da allenatore, Delio Rossi ne ha vissute davvero tante. Dal calore di Salerno alle imprese con il Lecce, dal Bernabeu alla guida della Lazio alla rissa con Ljajic sulla panchina della Fiorentina, passando per le follie di Zamparini e le esperienze su entrambe le sponde di Genova.

Conclusa durante l’ultimo campionato di Serie A la sua avventura al Bologna, il tecnico romagnolo è in attesa di una nuova chiamata per rimettersi in gioco. Con il calciomercato in fermento e le interminabili indiscrezioni su giocatori e allenatori, Rossi ha rilasciato in esclusiva una ricca intervista ad OkCalciomercato su vari temi del calcio italiano.

Mister, partiamo da lei: come sta trascorrendo questo periodo di in attività dopo l’addio al Bologna?
«Vedo partite, studio e faccio il padre. Tutte attività che sono solito svolgere quando purtroppo non alleno».

Nelle ultime settimane il suo nome è stato accostato ad alcune società di Serie A. C’è o c’è stato qualcosa di concreto?
«C’è stato qualcosa di concreto, ma certe volte tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Non sono andate in porto situazioni che si erano create con società italiane, ma soprattutto con alcune straniere».

Conte e Mazzarri raggiungono Ranieri in Premier League, Ancelotti va al Bayern, Ferrara in Cina e tanti altri allenatori nostrani valorizzano il made in Italy nel mondo. Secondo quanto ha appena detto, piacerebbe anche a lei un’esperienza all’estero…
«Penso che oramai il calcio sia diventato globale, quindi uno che fa il mio mestiere deve abituarsi a valutare tutte le possibilità che gli vengono proposte. Sarebbe sciocco e riduttivo pensare solo all’Italia».

A proposito, come giudica l’Europeo giocato dalla nostra Nazionale?
«In sede di pronostico ho detto che la Nazionale italiana, partita sottotraccia come mai in passato, avrebbe fatto un buon Europeo, anche perché avevo molta fiducia in Conte. L’ex allenatore della Juventus si è dimostrato all’altezza della situazione e con un pizzico di fortuna sarebbe andato anche più avanti. Gli rendo merito poiché ha scelto il gruppo e lo ha fatto giocare come voleva. È questa la capacità degli allenatori italiani che, come detto, sono apprezzati in tutto il mondo».

Ventura è l’uomo giusto per raccogliere l’eredità di Conte e riportare l’Italia ai livelli che le competono?
«Ventura è un allenatore che ha fatto la gavetta e, dopo esser partito da molto lontano, ha ottenuto risultati. Puntare su di lui rappresenta il coronamento della sua carriera. Se la Federazione l’ha scelto, è sicuramente l’uomo giusto».

Il caso Bielsa ha sconvolto l’ambiente Lazio, sempre più avverso al presidente Lotito. Che idea si è fatto della situazione dei biancocelesti?
«Per dare un giudizio dovrei conoscere tutti gli elementi del caso. Ho seguito la vicenda in tv e sui giornali e posso dire che mi dispiace perché Bielsa è un allenatore intrigante che mi avrebbe fatto piacere vedere all’opera nel campionato italiano. Sarebbe stato un bel colpo che avrebbe portato una ventata di novità. La situazione della Lazio è molto molto particolare: non può esistere una società senza la sua gente e oramai si è creato un ambiente difficilmente sanabile, se non con i risultati. E i risultati si ottengono con una programmazione. È un momento molto complicato».

Simone Inzaghi è stato definito non un ripiego ma una scelta dettata dalla volontà di riportare un volto di “lazialità” in panchina. La convince questa scelta?
«Mi auguro che sia stata la scelta giusta. Sono legato a Simone, è stato un mio giocatore e mi sta particolarmente simpatico. Adesso ha una chance importante e solo i risultati daranno valore alla decisione della società. Parlare di “ripiego” è normale: Simone era già l’allenatore della Lazio e se volevano dare continuità al suo lavoro l’avrebbero confermato subito. Di sicuro è visto come un tecnico idoneo, però l’hanno messo in una situazione tale che ora tutti lo considerano un ripiego. Servono risultati in tempi brevi per risanare la frattura che c’è con i tifosi».

Per chiudere il capitolo Lazio, se guarda a quanto fatto in carriera, le soddisfazioni più grandi sono arrivate nelle stagioni nella capitale?
«La Lazio è stata la squadra che mi ha dato maggiore visibilità, eppure a 32 anni ho vinto il mio primo campionato da allenatore tra i dilettanti, poi ho portato la Salernitana prima in Serie B e poi in Serie A dopo cinquant’anni. Anche aver riportato in Europa il Palermo sfiorando la qualificazione ai preliminari di Champions League ed esser risalito con il Lecce in Serie A, per poi salvarci e battere la Juventus a Torino sono state grandissime soddisfazioni. E penso che ce ne saranno ancora altre…».

Proprio sulla Salernitana, squadra con la quale ha iniziato la sua carriera da allenatore professionista, volevo chiederle: dopo la salvezza raggiunta ai play-out, crede che i granata, anch’essi di Lotito, potranno tornare a lottare per la promozione in A?
«Lotito è una persona ambiziosa e cerca di fare il bene della Salernitana. A Salerno, però, i granata sono visti come una succursale della Lazio. Credo che comunque il presidente abbia l’intenzione di riportarla in alto anche se non sarà facile».

Viceversa, il Palermo ha rischiato di retrocedere in B in una stagione da incubo a causa dei continui terremoti di Zamparini. Com’è stato lavorare con lui?
«Sicuramente non mi sono annoiato. Ogni giorno era diverso dal precedente. Tutti i presidenti lavorano a modo loro: Zamparini è uno molto presente che propone le sue idee. Quando non ero d’accordo con lui glielo esternavo, quando lo ero pure».

Lei è uno dei pochi tecnici che ha allenato sia il Genoa sia la Sampdoria. Nessuna delle due squadre genovesi se la passa benissimo ed entrambe hanno appena cambiato allenatore, ingaggiando rispettivamente Juric e Giampaolo. Che ne pensa?
«Nel calcio professionistico l’aspetto economico è fondamentale. In Italia vince la Juve che ha un fatturato ampiamente superiore rispetto a tutte le altre, poi subentrano la programmazione e le capacità. A Genova si vive il calcio con estrema passione: Juric ha fatto molto bene con il Crotone e conosce l’ambiente rossoblu, Giampaolo, che è stato mio allenatore in seconda a inizio carriera, ha grandi capacità. Non potendo competere con le big dal punto di vista economico, Genoa e Samp devono farlo con le idee e credo che abbiano scelto due allenatori adatti».

Come detto, la sua ultima avventura è stata quella sulla panchina del Bologna. Dopo la promozione ottenuta, in Serie A la falsa partenza le è costata l’esonero. Cosa non ha funzionato secondo lei?
«Bologna è un’altra piazza importante con una grande storia. Sono stato chiamato verso la fine del campionato di B per cercare di fare un miracolo e il miracolo è avvenuto. A quel punto, d’accordo con la società, abbiamo deciso di cambiare tanto apportando una rivoluzione all’organico, solo che per farlo avremmo avuto bisogno di tempo e disponibilità economica. Non avendo né uno né l’altra siamo stati costretti a basarci sulle idee comprando giocatori alla fine del mercato, così ci voleva un minimo di assestamento. È stato fatto un buon lavoro e forse sarebbe servita un po’ di pazienza, eppure i risultati mi hanno condannato. Sono contento che successivamente le nostre scelte si siano rivelate giuste con Donadoni».

Chiudiamo con una domanda un po’ più ampia. A livello di club, il calcio italiano non naviga in buone acque ad eccezione di una Juventus sempre più superiore alle varie inseguitrici. Stanno arrivando investimenti dall’Asia e dall’America: basteranno a risollevarci? Oppure il problema sta sempre nella poca fiducia che si tende a dare ai giovani talenti dei nostri vivai?
«Di sicuro se vuoi vincere con costanza devi fare degli investimenti, però alla base di tutto c’è bisogno di una strategia. Ho la sensazione che nel nostro calcio non ci siano idee di largo respiro, cioè per un bene futuro. La Juve ha un tecnico capace, una proprietà solida e una grande programmazione, quindi non penso che sia solo un problema di mancanza di fiducia nei giovani talenti. Ti faccio un esempio: nel 2006 la vittoria dei Mondiali è stata un po’ il canto del cigno, non avendo dietro un supporto che ci garantisse, un domani, una politica federale adeguata. Basta vedere quanti pochi italiani giocano nel nostro campionato, che non è il più bello del mondo ma di certo uno dei più difficili. La Germania e la Francia, nel loro momento peggiore, hanno fatto politiche che le hanno portate in alto, mentre noi ci siamo beati del titolo vinto a Berlino senza renderci conto che ciò non fosse il frutto di un percorso mirato. Le altre hanno fatto investimenti, hanno creato centri, le seconde squadre e messo insieme diverse situazioni che hanno permesso loro di risalire. Noi viviamo troppo sul momento, sulla necessità immediata, e andare avanti così non paga».

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