Premier League, in Inghilterra sarà scontro tra titani

La Premier League continua a correre ad una velocità diversa rispetto alle sue contender in Europa. Se negli anni precedenti  lo squilibrio era ancora accettabile, ora i dati che ne vengono fuori sono decisamente inquietanti. Il maggiore campionato inglese riceve dalle sole televisioni qualcosa come 6,9 miliardi di euro, la Serie A da Sky e Premium 1,1 miliardi, la Liga 1,3 miliardi, la Bundesliga 1,16 miliardi.  Tutta questa asimmetria genera poteri d’acquisto non confrontabili col resto d’Europa. Un primo dato emerge dai matrimoni delle grandi d’Inghilterra con i più grandi manager del Vecchio continente: a febbraio, il Manchester City sposava Pep Guardiola per una cifra vicino ai 25 milioni di euro annui; a marzo, il Manchester United siglava ufficiosamente un accordo con José Mourinho sulla base di 20 milioni annui; a maggio, Antonio Conte strappava un triennale a 21 milioni. Il tutto magicamente inserito in una lega che aveva già in dote professionisti come Jurgen Klopp, Mauricio Pochettino, Arsène Wenger e Claudio Ranieri. Il terrore per gli altri campionati è che questo surplus si riconduca ad un vantaggio spiccatamente calcistico. La sensazione infatti è che nelle mani dei Mourinho, Klopp e Guardiola ci sia il destino delle prossime 10 Champions League. Al di là dei superfatturati di Barcellona e Real Madrid e del virtuosismo di Juventus e Bayern Monaco, nessuno in Europa sembra destinato a poter competere coi club di Sua Maestà.  La forbice appare destinata ad allargarsi tenendo conto delle competenze, dei fondi illimitati a disposizione e delle ultime stagioni fallimentari. Esaminando nello specifico le big le due di Manchester e il Chelsea potremo tastare con mano il loro potenziale e le loro ambizioni.

Manchester United. La società più gloriosa d’Inghilterra, reduce da due stagioni fallimentari sotto la guida di David Moyes e Louis Van Gaal, ha deciso di rifondare puntando su un fantino sicuro come José Mourinho. Per domare un cavallo tanto esigente e problematico, la dirigenza dei Red Devils non poteva che affidarsi al numero 1 sul mercato. Il tecnico lusitano reduce dal fallimento al Chelsea non ha impiegato molto ad accettare la corte dello United chiedendo solo delle garanzie sul mercato. Naturalmente tutto questo(come già accennato in precedenza) non è assolutamente un problema in questa fase storica. I primi due colpi sono stati Henrik Mkhitaryan e Zlatan Ibrahimovic: il primo un trequartista giovane dal rendimento sicuro atteso alla definitiva consacrazione; il secondo non ha bisogno di presentazioni trattandosi della più grande macchina da campionati degli ultimi 10 anni. Mou per tentare subito l’assalto alla Premier ha preferito correre pochi rischi andando a prendere campioni con poco margine di errore. Paradossale semmai è la scelta di Zlatan di raccogliere un invito così difficile senza la possibilità di giocarsi quella competizione che da sempre rappresenta il suo massimo cruccio e ossessione. Avrà inevitabilmente fatto la differenza l’ascendente che José Mourinho esercita su di lui: nella sua autobiografia Zlatan lo venera come un padre e ne esalta le qualità di leader. Al contrario di Guardiola di cui lo svedese parla con disprezzo.

Chelsea. Uscito malconcio dalla stagione 2015/16, per riprendersi ha deciso di affidare la propria panchina ad una persona che di british non ha assolutamente niente. Nella sua idea di football non c’è spazio per i giorni di riposo solitamente concessi dai vecchi manager britannici, né tantomeno per le libertà a pranzo e cena. Ma si tratta della migliore espressione offerta dal calcio italiano sotto svariati punti di vista. Antonio Conte ha dimostrato con Bari, Juventus e Italia che la sua idea codicistica di football può essere applicata indipendentemente dal talento a disposizione. Abbiamo ancora negli occhi il gol made in Lecce di Giaccherini col Belgio e l’occasione fallita dallo stesso con la Germania. Però aumentando la qualità degli interpreti potremmo ritrovarci elementi come Hazard e William regolarmente in doppia cifra. Il più grande interrogativo sarà capire, appunto, se i campioni avranno la volontà di seguire al 100% i dettami da marine del loro allenatore. In quel caso avremmo una favorita automatica per il campionato.

Manchester City. Immaginate di essere tra gli uomini più ricchi del mondo, di investire 200 mln di euro all’anno e non vincere niente in Europa. Cosa fareste per cambiare la vostra condizione? A molti di voi probabilmente verrebbe in mente Pep Guardiola, uomo vincente in due paesi diversi e che nella Coppa delle grandi orecchie non è mai stato eliminato prima delle semifinali. Tuttavia anche la scelta di affidarsi al tecnico più in voga del decennio nasconde qualche insidia a livello nazionale: sarà tanto facile l’applicazione nel tikitaka nella patria del box to box? Sarà tanto facile pazientare per poi superare il pressing avversario in un campionato dove il portatore è continuamente attaccato e dove i registi pensatori sono materiale raro? A Pep compete la risposta a tutti questi interrogativi perché per la prima volta affronterà il campionato da oligarca piuttosto che da dittatore. Oltre a club pronti a fare le barricate ce ne saranno altre preparate alla reazione immediata. Come affronterà tutto questo il catalano? Affinerà il suo possesso palla fino alla perfezione o sarà maggiormente flessibile lasciando velocisti come Aguero e Sterling al loro istinto naturale?

In definitiva i diritti televisivi e i ricavi ai massimi storici ci hanno consegnato una Premier League (non si chiama più Barclays Premier League perché la ricca lega ha deciso di rinunciare agli introiti della sponsorizzazione!) senza precedenti. A noi non resta che aspettare il 13 Agosto per assistere all’inizio del campionato più equilibrato e avvincente di sempre.

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