Pep Guardiola e l’inibizione latente

Troppo spesso il termine genio è abusato. Nella storia gli unici che possono essere classificati come geni sono probabilmente persone del calibro di Beetovhen, Einstein e Leonardo Da Vinci. Eppure, se proprio vogliamo incamminarci in questa spirale complicata, la persona più prossima al genio nel mondo dello sport risponde al nome di Pep Guardiola.

L’inibizione latente nel calcio

Il tecnico catalano ha importato nello sport il significato di “inibizione latente”, ovvero “l’incapacità di filtrare le maggior parte dei processi che hanno luogo nella nostra mente”. In buona sostanza, la stragrande maggioranza delle persone selezionano le informazioni provenienti dall’esterno garantendosi una vita normale. Gli schizofrenici non riescono a filtrare finendo per impazzire e i geni – invece – riescono ad incamerare il maggior numero di informazioni senza incappare nella schizofrenia.

Guardiola, negli anni di Barcellona, ha risposto esattamente alla terza tipologia. Il suo calcio era visionario, i principi venivano prima dei moduli,  i difensori erano centrocampisti aggiunti, la fase difensiva era un continuo di quella offensiva e una finale di Champions League – se non fosse stato per il niet di Keita – si sarebbe giocata con 6 centrocampisti centrali contemporaneamente.

Là dove il 99,99% degli allenatori vedeva un campo verde lui vedeva un campo di calcetto con dimensioni semplicemente allargate. Poi, dopo l’esilio dorato a New York, qualcosa si è inceppato nella mente del catalano. Ha cominciato a sopravvalutare la sua genialità provando a cambiare la abitudini di un popolo storicamente poco avvezzo al cambiamento. Con un popolo caldo creare empatia è quanto di più facile possa esserci, specie  –  se come a Barcellona – si tratta di casa tua.

I passi successivi del ‘guardiolismo’

Con un popolo storicamente freddo tutto questo è più difficile. Nonostante la storia ci dica che il Romanticismo sia nato proprio in Germania, nessuno Monaco si sarebbe buttato nel fuoco per lui. Nel triennio in Baviera lo hanno seguito alla lettera dal punto di vista tattico, ma non lo hanno seguito fino a colmare quel gap tra l’ambizione e la vittoria. Mancava il quid psicologico prima ancora che tecnico che aveva fatto della sua creatura la squadra più bella di sempre. Ha preteso da professionisti la stessa dedizione alla causa, quando al Barcellona c’era qualcosa di intangibile che ha fatto la differenza.

Il pilota Guardiola avrebbe dovuto capire che il tikitaka era ancora la strada da percorrere, ma senza lesinare qualche fermata in più per addolcire un gruppo che a modo proprio aveva già vinto tutto quello che c’era da conquistare. Il gol che è costato al Bayern Monaco l’ultima Champions League è esemplificativo della differenza tra cosa sarebbe dovuto essere il suo lavoro al Bayern e quello che è stato.

Il due contro due, concesso a centrocampo che ha generato la spizzata di Torres e l’incursione di Griezmann, al Barcellona sarebbe stato evitato con qualche segreto del mestiere di un Piqué e di un Busquets. Sono mancate caratteristiche come flessibilità e intelligenza da sempre presenti nel vocabolario guardioliano. Se quel gol fosse stato evitato, adesso staremmo parlando di un allenatore vincente ad ogni latitudine.

Il Manchester e Guardiola

L’ultima tappa ha portato Guardiola nel posto più grigio del mondo. Nella città nota per il Manchester United e per gli Oasis. Ma lo ha portato nell’altra sponda, quella che una volta era popolare e adesso è governata dallo sceicco Mansour. Questa sembra essere la via più impervia, non ci si lasci ingannare dallo stipendio di quasi 25 milioni di euro e dal budget illimitato.

A Monaco la metamorfosi verso il tikitaka si era bloccata sul più bello ma comunque aveva svolto gran parte del processo. Qui invece è più complicata per via del rigetto verso le regole di un gruppo abituato ad un clima di anarchia. Dovrà essere bravo a tirare fuori l’orgoglio da solisti che in carriera avrebbero sempre potuto dare di più, ma si sono fermati solo a qualche titolo nazionale.

Nessuno infatti  può affermare con convinzione che un Silva istruito a dovere possa col tempo arrivare all’acume tattico di Iniesta o che un Aguero ben indirizzato possa arrivare alla cattiveria agonistica del primo Eto’o. Questo, comunque, “lo scopriremo solo vivendo“.

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