Geni ribelli: Mancio e Balotelli

Se sei un ragazzo che ha superato i 20 anni da un bel po’, ami lo sport in modo non convenzionale ed hai l’abbonamento satellitare da quando sei nato, c’è un uomo che ha condizionato inevitabilmente la tua visione dello sport. Il suo nome è Federico Buffa.

In un’intervista rilasciata a Roveleto di Cadeo, frazione di un Comune di 3653 anime del piacentino, il narratore milanese parlando della differenza tra la cultura sportiva di Stati Uniti e Italia riconduce il tutto all’epica. Secondo l’avvocato la storia statunitense deve la sua epica a Hollywood, ai western che raccontavano un’America in cui i buoni erano rappresentati dai conquistatori venuti dall’Europa e i cattivi erano rappresentati dai Sioux, un popolo di selvaggi a cui gli anglosassoni avevano insegnato le buone maniere. Poi – conclude Buffa – pare che gli americani abbiano capito il terribile errore commesso ed abbiano deciso di revisionare la propria storia, mettendo sotto la sabbia le loro pellicole, e cominciando a parlare di epica in senso sportivo. Per cui, per loro che non hanno l’Iliade e l’Odissea a cui aggrapparsi, la svolta risiedeva nell’immaginare gli sportivi come degli Dèi. Raccontandoci il fallimento in senso positivo perché se hai fallito vuol dire che ci hai provato. E dicendoci che a spuntarla è il più forte. Noi, invece, “che di Epica ne abbiamo fin troppa” viviamo in un contesto in cui la famiglia è sempre al centro delle nostre giornate e in un contesto in cui se fallisci, vuol dire che sei un perdente. E se perdi, nello sport così come nella vita, vuol dire che sei un fesso.

La loro storia è continuamente contraddistinta da persone che ce l’hanno fatta dopo aver buttato il loro talento nelle ortiche. Noi forse dovremmo cominciare ad ispirarci un po’ a loro. Magari affidando la nostra Nazionale al talento più folle della nostra recente, ma probabilmente l’unico in grado di prendersi l’Italia sulle spalle. Un perdente naturale. Mario Balotelli. Mario potrebbe essere tranquillamente il protagonista di un film cult americano: in Will Hunting sarebbe il genio ribelle che fa incazzare il maestro, in Prova a Prendermi sarebbe il fuggitivo in grado di farsi amare persino dall’agente che lo insegue. Un po’ come Roberto Mancini, il suo allenatore alla Nazionale, che lo ha amato e odiato come nessuno mai. Riguardo il loro rapporto si potrebbe scrivere un libro: il primogenito di Roberto si chiama Filippo ed ha la stessa età di Mario. Inevitabilmente un passionale come il Mancio trovandosi di fronte un purosangue come Balotelli ha finito per coccolarlo così come si fa con i figli, perché Mario a 17 anni era un crack. Non si è mai visto affidare ad un 17enne l’incarico di calciare tutte le palle inattive, non si è mai vista l’arroganza calcistica di cui disponeva Mario su un corpo che doveva formarsi. Il primo Balotelli era precoce come il Macalay Culkin di “Mamma ho perso l’aereo”, come il Micheal Jackson dei “Jackson 5” e come il tennista di Francia Richard Gasquet che a 9 anni finiva sulla copertina de “L’Equipe”.

Era un esile ragazzo di un metro e 90 con la classe di un trequartista e lo sguardo beffardo di chi sa di essere un fenomeno dalla prima volta che ha tirato il primo calcio al pallone. Il Mancio, essendo stato un enfant prodige tanto quanto Balotelli, non poteva che essere l’uomo ideale per occuparsi di lui. Del resto se a 13 anni spendono per il tuo cartellino 700’000 lire e se a 16 anni esordisci in Serie A vuol dire che le stimmate del campione le possiedi anche tu. E sei già a metà strada per comprendere quelli come te.

Quello che era stato un amore incondizionato si interrompe nel 2008. All’Inter arriva José Mourinho e Mancini saluta l’Inter. Dopo l’altalena di emozioni vissute sotto la guida del tecnico portoghese, Mancini chiama Mario e gli chiede di tornare ad essere un suo assistito. Il bresciano – che nel frattempo aveva trovato il tempo per farsi odiare da gran parte dei tifosi dell’Inter – non può che accettare la corte del suo padre putativo e approda a Manchester.
Nella città degli Oasis aveva fatto irruzione un’altra stella perché Mario si presenta in grande stile. Aiuta i suoi compagni ad espugnare Old Trafford con un netto 6-1 e mette la firma sul titolo che riportava il trofeo ai “cugini rumorosi” 44 anni dopo l’ultima volta. Manchester è ai suoi piedi, ma si sa: Mario è diverso. I suoi anni al City sono un susseguirsi di emozioni, c’è spazio per ogni genere di follie e di magie. Cercando le sue stranezze su internet, si trovano 28’000 sterline regalate ad un senzatetto dopo aver vinto al Casinò, si legge di calciatori dell’Academy letteralmente presi a freccette e allenamenti affrontati con l’intensità di un bancario dopo 8 ore di lavoro. Le bizze di Mario costringono il Mancio ad allontanarlo da Manchester, questo nonostante l’endorsement dell’ex frontman degli Oasis, quel Liam Gallagher che si dichiara semplicemente estasiato dalla pazzia del Super Mario Nazionale. Torna a Milano, sponda Milan, vivendo sei mesi sulla cresta dell’onda e prendendosi la scena che il suo talento meriterebbe. Poi seguiranno anni di anonimato in posti dove il calcio è vissuto con passione opposta: Liverpool dove lo si vive con una passione quasi malata, Nizza dove lo si vive con un distacco da sport americano.

Il 45 più famoso del Mondo oggi compie 28 anni, un’età in cui la maturità dovrebbe essere un requisito essenziale. Sarà difficile pretenderla dal bresciano ma vedessi mai che la risposta alla catastrofe del mancato accesso al Mondiale fosse proprio lui. Usando una metafora tennistica, l’Italia ha pochi punti da difendere e un Europeo dove si giocherà la fase a gironi in casa. Gli americani, che da sempre amano le seconde opportunità, sarebbero già pronti a scritturare una nuova opera. Del resto quale materiale migliore di due come loro che avrebbero sempre potuto essere Batman, ma che hanno scelto di essere Robin. Da una parte c’è Mancini che con la Nazionale ha sempre vissuto un rapporto burrascoso, dall’altra c’è Balotelli che da qualcosa come 28 anni si sveglia la mattina e non rende onore al volere degli Dèi che per lui avrebbero immaginato una vita da fuoriclasse assoluto.

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