Gian Piero Gasperini non è un allenatore che buca lo schermo. Lo guardi in tv e pensi possa essere tranquillamente il pensionato a cui il giornalista chiede se sia giusto il rincaro della benzina o se le nuove generazioni non abbiano più i valori di una volta. Non crederesti mai che un sessantenne così possa essere il padre putativo di una squadra che, in Italia, sta segnando un’epoca: l’Atalanta. Bergamo prima del suo insediamento era una città che aveva smesso di sognare con il calcio, abituata ad abili mesterianti quali Bortolo Mutti, Edoardo Reja e Stefano Colantuono.

L’Atalanta come Bohemian Rhapsody

L’Atalanta di Gasperini per il calcio italiano rappresenta quello che per il Regno Unito è stato Bohemian Rhapsody: un’autentica rivoluzione. Dalla zona Ovest di Londra, Freddie Mercury e in particolare il suo collega astrofisico della band avevano creato sei minuti di onnipotenza musicale: la lirica entrava nelle case degli inglesi e del resto del mondo. Svestiva i panni ingessati dei lord ed abbracciava middle e working class attraverso l’hard rock. Con le debite proporzioni il 3-4-3 made in Zingonia ripercorre la linea tracciata da quel gruppo con principi che rimandano addirittura all’Olanda di Michels.

La rivoluzione dei ruoli

Tutti devono saper far tutto: i difensori devono tallonare a tutto campo gli attaccanti; gli esterni di centrocampo devono essere contemporaneamente degli attaccanti aggiunti e dei terzini andando anche a ricevere il pallone dal rinvio del portiere; i centrocampisti centrali devono dotarsi di quattro polmoni per eseguire gli ordini del proprio capo. Ma il manifesto ideologico del nuovo calcio di Gasperini sono gli uomini che agiscono sulla trequarti: in un club che spinge fino al ko lo scontro individuale loro sono liberi di svariare pensando positivo senza dover troppo pensare alle impartizioni imposte.

gomez-ilicic

Un caos organizzato

Il risultato è un caos organizzato che annulla i tempi morti: nel Paese della tattica loro eliminano la stessa aumentando i ritmi vertiginosamente. Se pensi di potertela giocare sul loro campo, spesso e volentieri hai la peggio perché non sei abituato a quell’intensità, a combattere su quel campo di battaglia; se li aspetti in difesa finisci per essere travolto dal loro calcio. Non cambiano mai strategia, anche contro le big. Come se una produzione indipendente bussasse alla porta del “Trono di Spade” per prendersi la nomination agli Emmy. Comunque sia, per la Dea, il voto più importante non è quello della critica ma quello della gente.