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Nella settimana iniziata con la 8×2 di Game of Thrones e proseguita con l’Endgame di Avengers, abbiamo avuto l’occasione di assistere ad un classico tutto italiano. Un appuntamento certamente meno internazionale ma comunque sia da cerchiare col pennarello rosso. Trattasi dell’ennesimo scontro tra Lele Adani e Max Allegri.

Punti di vista

Al termine di un Inter-Juve quasi senza significato, se non per l’Inter ancora invischiata nella lotta Champions, il tecnico livornese ha colto l’occasione per togliere dalla scarpa quel sassolino che portava con sé dall’eliminazione della Juventus in Champions per mano dell’Ajax. Nei giorni successivi al gol di de Ligt, Adani aveva abbandonato il politicamente corretto tanto caro ai salotti di Sky Italia sferrando un attacco con toni più vicini a quelli di Sky UK con una frase che recitava più o meno così: “In Europa chi specula non vince”. Con questa dichiarazione il commentatore dell’emittente più importante del Paese, non stava criticando l’eliminazione quanto piuttosto la visione semplicistica del calcio di Allegri. Una visione bottom-up che affida la propria fortuna offensiva alle qualità dei calciatori, che fa molta narrativa psicologica (abbiamo negli occhi il continuo “caaaalma” di Allegri rivolto alla sua truppa) e che bada prima di tutto a non prenderle. Questa visione arriva a sacrificare il terzino destro più forte del mondo per via di una fase difensiva altalenante a vantaggio di un’alternativa che ha come maggiore skill quella di saper fare correttamente la diagonale. Ad Allegri il fatto che si parli del suo calcio in questi termini dà immensamente fastidio e al termine del Derby d’Italia ha riassunto in pochi minuti tutto quello che pensa sul modo di trattare il calcio da parte dei media: “Voi leggete i libri ma non sapete niente di calcio (…) lo so anche io che se voglio giocare bene posso mettere le ali a fare i terzini e solo gente di qualità, ma poi arrivo terzo o quarto”. Come se l’uomo che si è costruito da sé l’immagine di brutto ma vincente, soffrisse maledettamente il non avere un alibi quando la vittoria non arriva. Laddove per alcuni guru basta produrre calcio per essere considerati, a lui non bastano cinque scudetti di fila per essere ricordato.

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Fallimento?

Il problema di fondo però è che Allegri, essendo un uomo che affida tutto all’astuzia e alla sagacia, non può pretendere che chi commenta il calcio parli di lui in termini entusiastici. È stato stesso lui a portare il livello dello scontro alla sottile linea che divide la vittoria dalla sconfitta e quindi seguendo la sua logica il suo è un fallimento perché è stato estromesso dalla Coppa dei Campioni. Nel momento in cui rinnega qualsiasi tradeoff, deve solo accettare le critiche aspettando il momento giusto per dimostrare agli Adani della situazione che si vince anche giocando male.