Gli elefanti, per una condizione di sopravvivenza, sono chiamati ad avere una memoria praticamente infinita. Se tutti gli addetti ai lavori calcistici fossero costretti, al contrario, a ricordare poche informazioni, probabilmente Maurizio Sarri sarebbe riconosciuto da tutti come un top allenatore senza se e senza ma. I media parlerebbero di lui per via del Mertens falso nueve, dell’ascesa incredibile di Koulibaly e della valorizzazione di giocatori di sistema quali Rugani, Paredes e Jorginho. Tutti ricorderebbero questi particolari e magari darebbero meno aria alla bocca per il suo stile bohémien e la tuta decisamente poco stilosa. Ma del resto a lui importa poco, Fidel in tuta ci ha guidato un Paese per 70 anni.

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Un trionfo che parte dal basso

Il Comandante ha portato a casa il suo primo torneo internazionale. Lo ha fatto allenando il Chelsea nello scetticismo generale, facendosi odiare dal suo pubblico e dai senatori della sua squadra. Nel solco di allenatori come Sacchi che il calcio lo hanno cambiato ma hanno sempre dovuto lottare contro le critiche di fattori esterni e interni. Quelli esterni che gli rimproverano un passato da mesteriante e quelli interni che, per dirla alla Ronaldo con Benitez, “El Diez mi vorrebbe insegnare a calciare”. La carriera non è mai in discesa se hai dovuto fare tutta la trafila dei dilettanti prima di arrivare ad un top club e se per te il collettivo vale effettivamente più del singolo. Magari ci si scontra con l’ordine precostituito ma non si annidano mai dubbi nella testa di persone come Maurizio. Magari il destino non gli porterà mai in dote uno scudetto o la guida della Nazionale poiché senza sfumature occorre essere un po’ pazzi per affidarsi a lui. Ma in fondo Stoner era un cavallo pazzo e la Ducati ci vinse un Mondiale. Ve lo immaginate il Comandante su 2 ruote?