Il regalo più atteso e importante non è arrivato. Sfumato per un missile che al 92esimo ha reso l’aria di San Siro ancora più pesante. Pioli sperava, ieri sera, in un epilogo più dolce e felice che invece non si è avverato. Un pareggio amaro, indigesto che non ha permesso al tecnico emiliano di iniziare con il piede giusto il suo cammino sulla panchina del Milan e di non scacciare totalmente i fantasmi e le perplessità. Interrogativi che devono essere allontanati al più presto, soprattutto perché il calendario non permette cali di concentrazione: in poco più di un mese il Milan affronterà in ordine le romane, la Juventus e il Napoli con nel mezzo la sfida, sicuramente meno proibitiva delle altre a San Siro con la Spal di Semplici. Un mese per identificare i reali obiettivi a cui il Milan può oggettivamente ambire.

Una serata storta a metà

Per comprendere l’aria pesante che aleggiava su San Siro ieri sera bastava notare il comportamento della curva al momento della lettura della formazione rossonera: fischi ai nomi di Biglia, Suso e Calhanoglu. Eppure l’inizio e il primo tempo in generale avevano fatto intravedere sprazzi di un buonissimo Milan. Rigenerato, per certi versi anche innovativo. La costruzione del gioco con la difesa a tre permetteva sistematicamente di liberare Theo Hernandez a sinistra, il continuo scambio di posizione tra Kessie e Paquetà e un rinvigorito Calhanoglu avevano quasi smosso un pubblico abbastanza esigente come quello di San Siro. Poi il secondo tempo, l’errore di un irriconoscibile Conti, e il gol di Babacar gelano il Meazza. Niente paura. Ci pensa il solito giocatore turco che con l’ennesima giocata di qualità imbecca Piatek che batte Gabriel e fissa il nuovo vantaggio rossonero. Quando però sprechi troppo e non sei abbastanza solido e attento gli dei del calcio sanno essere tanto crudeli. Basta una palla mal gestita da Suso prima e da Biglia poi e un bolide di Calderoni in pieno recupero, a far ricadere il Milan nel baratro delle difficoltà e dei dubbi, acuiti dai fischi ingenerosi alla conclusione della partita. Così Pioli stecca la sua prima a San Siro in tinte rossonere che immaginava chiaramente con un epilogo diverso e più felice.

Un nuovo leader

Per molti versi lo meritava pure. Nel giro di 15 giorni sembra aver toccato le corde giuste in alcuni giocatori, primo fra tutti il 10 turco. Il tecnico ha dimostrato coraggio sia nell’importare fin da subito le sue idee sia a fare delle scelte di formazione chiare, dimostrando che nessuno sembra essere indispensabile (Suso permettendo). Ha dimostrato personalità nello scendere in campo e seguire passo dopo passo, scattino dopo scattino, il riscaldamento dei suoi giocatori sotto la pioggia in un ambiente non del tutto sereno. Se poteva essere certa la voglia di far bene, ieri sera si sono viste anche buone premesse sul campo, chiaramente rapportando tutto ciò con la forza del modesto Lecce, con tutto il rispetto.

Il fattore tempo

Il carattere che conta di più circa le valutazioni di tutti gli allenatori, specie se sei al Milan, è però solo uno: la vittoria. Il tempo non è stato dato a Giampaolo, non sarà dato a Pioli, è oramai noto anche ai muri che il Milan ha l’assoluta necessità di centrare l’obiettivo Champions. Un ulteriore fallimento porterebbe all’ennesima inutile rivoluzione tecnica tattica e magari dirigenziale.