In un mondo in cui si abusa della parola genio, inteso come il nome cui gli antichi attribuivano la tutela di un luogo o un’istituzione, la morte di Diego Armando Maradona ha anche l’effetto di rimettere metaforicamente la chiesa al centro del villaggio calcio. Come a dire, per l’ultima volta: “Fermi tutti, parlo io”.
Il 25 novembre 2020 perdiamo, tutti, colui che ha rivoluzionato la disciplina sportiva di cui amiamo tanto le forme. Non si può relegare Maradona ad interprete, seppur magistrale, del calcio: in maglietta e calzoncini D10S ha scritto pagine di storia e riscattato generazioni di uomini e donne cresciuti sotto l’egida delle sue giocate. Ha vestito i panni dell’eroe, nato in povertà e diventato il più grande di tutti.

D10S
E poi c’è Napoli. Quella Napoli che l’ha adottato per renderlo una divinità pagana, qualcosa di superiore di cui non saranno mai ammesse repliche. Quella Napoli a cui Diego ha dato tutto l’amore che aveva. Quella Napoli che, per via di questo momento storico così tragico e alienante, non potrà nemmeno riversare le proprie lacrime per le strade della città.
La portata storica dell’uomo andrà, per sempre, di pari passo con quella del calciatore. Per quello che ha significato e al netto delle vicende extra-calcistiche. Perché Maradona è Maradona e nulla potrà mai interferire tra la sua figura e la sincera venerazione degli appassionati di tutto il mondo. Una volta di più, Diego: grazie. E adiós.

