Da Rivera a Leao: c’era una volta il significato del numero 10

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Un numero che faceva sognare e che faceva sentire le farfalle nello stomaco. Sì, perché il numero 10 era perfezione, disumana bellezza, classe idilliaca, straordinaria magia capace di cambiare e di stravolgere gli spartiti dei match. Solo due cifre per qualcuno, un numero fatato per chi amava il calcio. Un tempo era così. Ora, purtroppo, non più.

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I grandi numeri 10 della storia del calcio italiano: il boom dei “fantasisti”

Ogni epoca conserva le proprie “mode“, alle quali tanti allenatori decidono di conformarsi. Viviamo nell’epoca del tiki taka e della pressione uomo su uomo. Un tempo, non troppo distante, era tutto diverso. Negli Anni 90, per esempio, si difendeva molto più bassi, si restringeva e di parecchio il campo e si andava subito alla ricerca della punta fisica. Il cosiddetto catenaccio all’italiana, che estremizzato in negativo sarebbe un: “Palla avanti e pedalare“. Paradossalmente però venivano fuori la tecnica e la classe, molto di più rispetto a questi ultimi anni. Venivano visti poco gli esterni e si prediligevano moduli che incentrassero molto del gioco su quel numero 10, soggetto che doveva disporre di un’aura diversa.

Il primo grande numero 10 italiano è da rintracciare nelle sembianze di quel Gianni Rivera, simbolo del Milan, che portò a casa con la Nazionale il primo Europeo nel lontano 1968. Epoche calcistiche troppo distanti, è vero. Allora spostiamoci ed arriviamo agli Anni 90. Piccola anticipazione: la classe abbondava. Coloro i quali stravolgevano gli spartiti delle gare vennero appellati in un nuovo modo: fantasisti. Un aggettivo che già a pronunciarlo fa scaturire curiosità, voglia di capire cosa ci sia nel mondo di chi sa cambiare il destino delle partite. Giancarlo Antognoni, Roberto Baggio, Alessandro Del Piero, Francesco Totti, insieme al suddetto Rivera, sono stati i cinque che Luciano Spalletti ha chiamato a Coverciano alla vigilia dell’Europeo. Cinque esemplari di un calcio diverso, che faceva battere i cuori.

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Uno più di tutti: la stella di Roberto Baggio, quella più radiosa

Non solo quei 5 certamente hanno vestito in maniera poetica quel numero. Giannini, Mancini e Zola sicuramente per colpi e per talento non erano al di sotto di nessuno. Forse, però, in quegli anni una luce brillava più delle altre. Roberto Baggio rubava la scena anche a brasiliani ed argentini che con i numeri 10 hanno una certa tradizione. Un uomo passionale e particolare che, come grandi i poeti ovunque si trovasse intonava i versi sul campo. Il suo dare del “Tu” al pallone, la voglia matta e smisurata di dribblare, la classe di quei piedi.

L’unico giocatore nella storia ad essere ben voluto ed amato al massimo grado ovunque sia andato e ad essere applaudito quando tornava nello stadio della squadra precedente con la maglia di una squadra rivale. Quel Fiorentina-Juventus del 6 aprile 1991 è un episodio che racconta la grandezza umana, calcistica e sentimentale di Roberto Baggio. Al Franchi con la maglia della Juventus, con il publico della Fiesole che lo applaude e con lui che quando viene sostituito decide di indossare la sciarpa viola che i tifosi avevano scaraventato in campo. Poi toccò anche ad Inter e Milan di apprezzare le gesta, prima di approdare a Bologna e poi a Brescia.

Il tutto condensato da 205 gol in carriera in Serie A e da ginocchia che il suo amico Pep Guardiola ha definito simili a delle lavatrici. E se uno degli allenatori più rivoluzionari del nostro calcio si commuove quando vede Roby, ci vuole poco a comprendere il valore in campo e fuori del Divin Codino. L’unico rimorso di Roberto è sicuramente quello di non aver vinto con la maglia della Nazionale. Italia 1990 e USA 1994 gridano vendetta e sembra che siano sempre impresse negli occhi malinconici di Baggio. I gol all’Olimpico, quando decise di saltare tutta la Cecoslovacchia, e i marchi con Nigeria, Spagna e Bulgaria negli States raffigurano perfettamente quella magia che in quegli anni doveva avere il numero 10.

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Il 10 “disperso” nel calcio attuale

Parlare di numeri 10 nell’epoca attuale è complicato. C’è un gioco diverso rispetto agli anni passati, caratterizzato da fisicità e strappi. Un modo di intendere calcio che fa degli allunghi e delle folate degli esterni il mantra per arrivare alla vittoria e che ha comportato, almeno in Italia, la quasi totale scomparsa del numero 10. Tutto questo spiegato dalla difficoltà per la nostra Nazionale di rintracciare un trequartista con quelle caratteristiche. Dopo l’addio al calcio degli ultimi due veri fantasisti, come Totti e Del Piero, non c’è stato un ricambio adeguato. Quel numero si è spostato sulle spalle di tanti giocatori: da Thiago Motta a Pellegrini, passando per Insigne nella gloriosa spedizione di Euro 2020. Una difficoltà testimoniata in generale, in tutto il movimento.

Basta pensare che il Milan abbia affidato tale responsabilità sulle spalle di Rafael Leao, giocatore fortissimo ma 10 improprio, o come l’Inter lo abbia messo sulla schiena del suo giocatore più rappresentativo, Lautaro Martinez, che di mestiere fa l’attaccante puro. La Roma nel dopo Totti ha sin qui evitato di avvicinare quelle due cifre ad altri giocatori, la Juventus ci sta provando con il giovane, ma forse non ancora troppo pronto, Kenan Yildiz. Anche a livello europeo il 10 ha cambiato significato: il Real Madrid lo ha affidato a Modric più per riconoscenza che per caratteristiche. Il Bayern Monaco con Sané ripercorre la strada solcata dal Milan, ossia di affidarlo ad un giocatore di eccelso talento, ma diverso dagli stereotipi storici. L’unico che rimane è quel Jack Grealish del Manchester City che Guardiola adora.

E allora la domanda sorge spontanea: dove sono finiti i numeri 10? La spiegazione si rintraccia nella voglia di tanti tecnici di non prevedere l’uso del trequartista tra le linee, ma di basare i successi sulle fasce. Un modo semplicemente diverso di intendere il calcio, più di forza ed atletismo che di classe. Forse più spettacolare e veloce, ma sicuramente meno magico. Ed è forse questo il motivo per cui uno come Francesco Totti sogna di indossare nuovamente gli scarpini e di scendere in campo. L’impossibile ritorno dell’ultimo dei Mohicani, che in un mondo ideale sarebbe capace di riaccenderci le emozioni e di far tornare il calcio molto più poetico.