Dovremmo chiedere scusa ad Antonio Conte

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Il calcio è per sua natura uno sport liquido: quel che accade un giorno non è più vero il giorno dopo, così come la memoria che non è propriamente elefantiaca.

Nello specifico vive di mode e contrapposizioni talvolta esclusivamente di matrice giornalistica. Qualche anno fa si discuteva di giochisti e risultatisti, con il Big Bang della diatriba nato dopo lo scontro televisivo tra Massimiliano Allegri e Daniele Adani. Il livornese difendeva la matrice pratica di una Juventus che riusciva a difendere anche negli ultimi 20 metri, ma che poi la partita in qualche modo la portava comunque a casa. Il suo pensiero rappresentato dall’impermeabilità della BBC, dalla leadership di Gigi Buffon, da un centrocampo che riusciva a stare al Governo pur avendo un’origine da lottatori e dove il campo si risaliva in maniera molto spiccia affidandosi alla testa di Mandzukic sfruttando il miss match coi terzini generalmente meno strutturati.

Lele Adani invece abiurava in maniera netta questa visione antica del calcio, illustrando i risultati negativi della campagna europea della Juve e più in generale del movimento calcistico italiano. Per lui il modello era quello dell’Ajax degli enfant terrible De Ligt e De Jong, era quello del santone Pep Guardiola e delle sue fonti di ispirazione Marcelo Bielsa e Johan Cruijff. 

Tre anni dopo la disputa è praticamente la stessa, col risultato che i continui fallimenti delle squadre della Serie A in Europa portano ad esaltare il pensiero unico, quasi come se le sconfitte arrivassero perché gli altri sono più bravi di noi e non perché hanno semplicemente più risorse economiche. Si arriva persino a sminuire l’operato di un allenatore come Antonio Conte, esaltando oltre maniera allenatori che fondamentalmente non hanno vinto niente.

Se il metro di paragone deve essere la vittoria, che senso ha sminuire l’operato di chi vince, per incensare chi invece fa oggettivamente divertire ma che titoli ancora non ne ha vinti. Dovrebbero un po’ tutti chiedere scusa ad Antonio Conte. Anche perché c’è una carriera che parla per lui.

Al Bari costruì una macchina perfetta iperoffensiva che vinceva e convinceva con uno spregiudicato 4-2-4, alla Juventus prese una squadra al settimo posto e la convinse di essere più forte degli altri ricredendosi sull’iniziale chiusura tattica per ricavarne una squadra che in fase offensiva giocava con un 3-3-4, al Chelsea ereditò una squadra dilaniata dai mugugni di gente che non aveva tanta voglia di lavorare e la portò al titolo sacrificando addirittura il capitano di mille battaglie John Terry.

E naturalmente all’Inter, dove in questo biennio ha portato ad una crescita imperiosa dei ragazzini Bastoni, Barella e Lautaro, ha convinto Lukaku al ruolo di trascinatore assoluto ed ha dato continuità di rendimento a gente come Brozovic e Skriniar che di talento ne hanno sempre avuto da vendere ma non erano mai stati da corsa a tappe.

E poi, anche sotto il profilo tattico, è un falso storico dire che l’Inter è una squadra di catenaccio e contropiede, basta osservare i gol contro Cagliari, Milan e Verona per rendersi conto della bontà tattica di una squadra che risale il campo in maniera corale e armonica. 

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In conclusione, la più grande conquista di Conte è stata quella di aver creduto, seppur con colpevole ritardo, nel rilancio di Christian Eriksen. Non era scontato l’epilogo dorato dopo che per un anno non si erano mai presi. Anche i suoi più acerrimi detrattori sanno che dopo tanti scontri generalmente le cose si concludono con la legge di Murphy, più che con una seconda chance. 

Le storie a lieto fine sono roba da film, e in fondo cosa c’è di più romantico di due che si odiano per un anno ma poi scoprono di essere fatti l’uno per l’altro.

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