Inter, Marotta: “Conte ci ha spiazzato, Vlahovic era un obiettivo. Altra cessione pesante? Lo escludo”

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Beppe Marotta ospite del Festival dello Sport di Trento. L’ad dell’Inter è tornato su alcuni temi del recente passato, oltre a riflessioni sul futuro del club nerazzurro.

Le dichiarazioni di Marotta

Sullo scudetto vinto: “Il 2 maggio abbiamo avuto la matematica di un traguardo straordinario: quando si intraprende un’avventura l’obiettivo è ottenere il massimo ed era riportare a casa quel trofeo. Era quasi una liberazione per aver raggiunto un obiettivo tra tante difficoltà. Un momento preciso in cui pensavamo di avercela fatta non c’è, la valutazione positiva è stata fatta nel momento della vittoria contro la Juve in casa: lì abbiamo capito di poter recitare un ruolo da protagonisti e di poter arrivare lontani. E’ merito di tutti”.

Sulla Champions della scorsa stagione: “La differenza tra una competizione come la Champions e il campionato è che la prima è un torneo ad eliminazione diretta e in cui devi avere la formazione migliore e la condizione migliore: non sempre le vittorie finali in Champions rappresentano la vittoria della squadra più forte, in Serie A invece vince la più forte. Il Giro d’Italia lo vince chi dimostra che ha performance migliori. C’era rammarico, ci abbiamo provato e quindi abbuiamo spostato il nostro obiettivo sullo scudetto e sul vedere i nostri tifosi festeggiare davanti al Duomo”.

Su Conte: “La decisione è frutto di confronti dei giorni precedenti: è una libera scelta dell’allenatore che non intravedeva un percorso comune. Fa parte dello sport e della vita, se una persona decide di interrompere un rapporto, bisogna avere rispetto e guardare avanti con ottimismo. Le società rimangono, i calciatori passano: bisogna ripartire nuovamente avendo alle spalle un’esperienza che porta insegnamenti. Rappresentiamo un grande club, abbiamo a che fare con grandi professionisti che hanno vinto con merito. La sua decisione non era prevedibile, ci ha spiazzato: lì devi agire con tempestività scegliendo il profilo adatto sul mercato: Inzaghi è giovane e dalla sua ha un percorso significativo con la Lazio. La tempestività è stata quella di bloccarlo nottetempo presentando il nostro programma che è stato sposato immediatamente. Abbiamo identificato un profilo che ricalcasse il solco tracciato da Conte con una visione di squadra che non doveva essere stravolta”.

Su Eriksen: “Sicuramente è stato un momento drammatico, passare dalla gioia per la bella partita al dramma di una persona che conosci e che ha rischiato di morire, sopratutto per la distanza. Siamo stati tempestivi, il dottor Volpi si è subito messo in contatto con i medici in campo ed è riuscito ad avere una prima diagnosi. Non era facile poter diagnosticare un trauma del genere, ancora oggi non lo è. La cosa bella è che il calciatore ha dato segnali di risveglio. Il vuoto nel club è sicuramente di importanza molto relativa. La cosa più bella è quella di poterlo avere ancora tra noi, come ragazzo che continua a vivere e coglie gli aspetti belli della vita. Ora aspettiamo un po’ l’evolversi della situazione, i medici sono in contatto e al momento opportuno valuteranno il futuro del ragazzo. Il regalo più bello è che abbiamo ritrovato un ragazzo al quale la vita continuerà a dare tante soddisfazioni”.

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Su Lukaku: “La mia esperienza in questi decenni mi porta a dire che non bisogna mai fidarsi di niente e di prepararsi negli imprevisti. Si è arrivati al fatto che Lukaku ha manifestato l’intenzione di essere ceduto al Chelsea e quindi non si può non accettare e rispettare la sua volontà. Abbiamo iniziato a trattare e fatto il nostro prezzo: nel mentre abbiamo immaginato le alternative. Nel calcio spesso queste dinamiche si verificano: io non mi sono sentito tradito, abbiamo valutato le opportunità, come quella di introiettare una cifra importante per le casse del club. Abbiamo fatto valere la nostra richiesta e realizzato una bella operazione”.

Su Dzeko e Vlahovic: “Quando si pensa ad una sostituzione si prepara una lista grazie allo scouting e alle opportunità di mercato: ci sono obiettivi raggiungibili e non. Ci deve però essere sempre la consapevolezza di raggiungere i propri obiettivi. Dzeko era un obiettivo prioritario già dalla scorsa stagione: e grazie alle circostanze favorevoli lui godeva di una promessa della Roma che gli avrebbe concesso la lista gratuita al momento di un’offerta. C’è stata facilità anche grazie alla serietà della Roma, che ha mantenuto la promessa. Vlahovic è un grande talento, ci siamo trovati in una situazione impegnativa in cui non ci trovavamo nelle condizioni di concludere. Era il secondo obiettivo per un aspetto complementare, un giocatore pronto ora e uno nel futuro: sarebbe stato il massimo. Siamo stati contenti però dell’operazione Dzeko”.

Sul futuro:”La pandemia ha accentuato una situazione di grande sofferenza: la situazione debitoria che affligge le squadre italiane è notevole. Un modello come quello attuale non dà garanzie di stabilità, bisogna trovare assolutamente rimedi: non bisogna dipendere sempre dall’azionista che deve fare sempre aumenti di capitale. Il mecenatismo è superato, bisogna arrivare ad avere un modello diverso. Gli Zhang negli anni ha profuso 700 milioni, è normale rivedere le situazioni economiche: bisogna arrivare alla valorizzazione delle risorse e al contenimento dei costi. Il management deve arrivare a fare queste due cose. La tranquillità l’abbiamo avuta con due cessioni che hanno messo in sicurezza il club: siamo molto tranquilli e cerchiamo di individuare i nostri obiettivi, gli stessi dell’anno scorso, con grande ottimismo. E’ una situazione che tocca tutto il sistema: non mi sembra giusto che le proprietà immettano soldi, è giusto contenere i costi e far sì che i giocatori che capiscano il momento di difficoltà”.

Su un’altra possibile cessione di un big: “La escludiamo assolutamente. Voglio tranquillizzare i nostri tifosi che sono grandi appassionati: l’Inter esiste ed esisterà nel futuro. La competitività è garantita e nel calcio non vince chi spende di più. Esiste il patrimonio delle risorse umane composto da giocatori, allenatori, dirigenti. Se questa squadra è forte e ha un obiettivo, si può andare molto lontano al di là del nome del calciatore”.

Su nuovi soci nel club: “Ingresso di un partner che possa affiancare Suning? Sono valutazioni che competono all’azionista, io mi esprimo da uomo di calcio. Per me la maggioranza deve essere sempre in mano ad una famiglia, entità o società altrimenti si creano dinamiche che possono avere ripercussioni sulla vita del club. Ci può stare l’ingresso di un socio di minoranza, ma non credo sia il viatico migliore perché non garantirebbe un cambio di modello che invece bisogna individuare. Noi con un pizzico di fortuna siamo riusciti a rimettere la macchina in carreggiata e a ripartire. L’importante è avere un progetto. Ci siamo trovati davanti a scelte difficili, come quando con Spalletti sotto contratto abbiamo preso Conte perché c’era stato un input da parte della proprietà che voleva una squadra vincente. Conte ha portato valori importanti all’interno della squadra”.

Sulla vita dei calciatori: “I calciatori vivono in un mondo dorato e forse non hanno capito bene: non sono abituati ai problemi che ogni famiglia ha nella quotidianità. Sono dei ragazzi giovani che vanno educati: le risposte spesso sono positive, altre negative. Sta a noi educarli e dar loro la cultura. C’è stata una consapevolezza da parte loro di questo dramma, ma è stato vissuto più nell’ambito salute che nella riduzione dei compensi. Noi abbiamo rispettato la totalità dei contratti pagando tutto, ma l’abbiamo fatto alla luce delle performance delle ultime due stagioni. La premessa di questa vittoria è nata dalla stagione precedente e dalla finale di Europa League. Poi abbiamo convenuto di non andare a spingere più di tanto a fare una cosa che non si sentivano”.

Su Galliani: “In un viaggio a Roma per l’assemblea federale abbiamo avuto il Covid entrambi: è stato brutto e abbiamo rischiato la vita. Quando affronti queste difficoltà apprezzi la salute a dispetto dei discorsi economici e cerchi la bellezza della vita. L’altro ieri l’ho incontrato a San Siro e mi raccontava come una volta si incazzava per i risultati negativi, mentre oggi la prende con spensieratezza. Se si perde ci si arrabbia, ma affronti la vita con una visione diversa. Il calcio è un gioco e una professione: bisogna dare il massimo ma esiste la cultura della sconfitta. Io sono un innamorato del mio lavoro, avrei fatto questo anche per hobby: credo che una delle mie qualità sia l’applicarsi con grande umiltà e rispetto e con l’ambizione di vincere”.

Su Barella: “E’ uno dei casi in cui da talento si diventa campione. Io ho avuto a che fare con tanti talenti: Cassano è stato un fesso, da talento non è mai diventato campione, non ho mai avuto calciatori più forti di lui. Ma non aveva obiettivi, una visione precisa della professione. Barella ha dimostrato di affermarsi sempre più con continuità e oggi ci troviamo davanti ad un campione: è giusto gratificarlo economicamente per quanto ha fatto. Non è un rinnovo, è una gratificazione: è giusto adeguarlo ad una fascia importante di giocatori. Capitano? Sarebbe bello, Handanovic ha la sua età: il capitano è una qualifica che non si regala, bisogna avere le qualità professionali e umane per essere un leader. Barella può cominciare a diventarlo”.

Sul campionato appena cominciato: “Vincere è più facile rispetto a tenere un livello alto. Le aspettative di tutti sono quelle di vederci come campioni da battere: siamo contenti di questo ruolo, siamo l’Inter e non dobbiamo solo partecipare. Dobbiamo mirare più in alto possibile: ma bisogna valutare sia le proprie capacità sia quelle degli avversari. A volte investi tanto, a volte c’è chi investe di più ed è più forte. In Champions non si capisce la squadra più forte: lo Sheriff ha 6 punti. In campionato c’è una griglia di sette sorelle che stanno avendo nel Napoli il battitore vincente. E’ prematura una valutazione definitiva. Io temo chi ha una cultura vincente più forte, la Juventus e il Milan: il Napoli è primo con merito però vincere è sempre difficile e che va al di là dei valori di una squadra. Sono valori che acquisisci nel tempo abituandoti a raggiungere gli obiettivi: quando parti per vincere devi saper cogliere tutti gli aspetti complementari come il centro sportivo, l’aspetto medico e dei magazzinieri, l’alimentazione… Se migliori queste aree, è più facile. Vincere lo scudetto? Ci credo assolutamente. Vogliamo regalare ai tifosi la seconda stella”.

Su Osimhen: “E’ stato un acquisto molto oneroso, non era uno sconosciuto: è normale che diversi club l’avessero puntato. Poi ci sono le circostanze: noi lo conoscevamo ma in quel momento eravamo coperti”.

Su Icardi: “Non voglio criticare chi ha fatto la gestione prima di me: Icardi era un grande talento, è stato investito di responsabilità quando non poteva svolgerle. Io posso dire che è un ragazzo che si è sempre comportato bene. Le scelte sono state fatte su valutazioni differenti: quando cerchi di identificare un percorso e scegli le persone, devi avere una visione precisa. E’ fatta di disciplina e di responsabilità: in quel caso l’allenatore ha valutato con la società una squadra. Conte li ha interpretati al meglio: ci ha lasciato qualcosa di importante e sta a noi non perderlo. Inzaghi ha le stesse qualità: alla base del successo ci sono questi aspetti”.

Sull’addio alla Juve e l’approdo all’Inter: “Mi sono meravigliato, è stato tutto fatto velocemente: io ho annunciato l’addio al sabato e il giorno dopo il presidente Zhang mi ha mandato un messaggio invitandomi ad un confronto. Mi ha preso in contropiede, io avrei voluto dopo otto anni magari riposare: ma ho colto questa opportunità al volo, l’Inter è una grande società. Sono due brand di grande valore, mi sono buttato immediatamente in questa realtà con le caratteristiche che mi porto dietro da 40 anni. L’esperienza è un’altra caratteristica importante. Sono partito con grande determinazione: la proprietà ha sposato subito il mio progetto, che era difficile. Lasciare a casa Spalletti per sceglierne un altro ci vuole coraggio: l’ho fatto forte dell’esperienza. Diffidenza dell’ambiente? E’ quella diffidenza che si trova spesso: io non ho avuto difficoltà, io entro subito in simbiosi con le persone. Non ho avuto difficoltà, ho avuto la facilità di trovare una società preparata con persone per bene che aveva bisogno di persone vincenti”.

Le sue origini: “Io avevo dei limiti quando giocavo, quando ero nel Varese avevo il ruolo di Rivera: era il mio esempio. Io volevo imitarlo come calciatore. Il mio sogno però era quello di fare il dirigente fin da piccolo e l’oratorio è la prima palestra per fare il dirigente, capisci il senso dell’organizzazione, della competizione e della vittoria. Da lì ho cominciato la mia attività”.

Su Recoba: “Vincere a Venezia significa vincere in uno stadio nell’acqua e attraversare il Canal Grande: non ho mai più vissuto momenti così nella mia vita. Recoba è nato in un minuto: dovevamo prendere un giocatore e Zamparini identificò Orlandini del Parma. Chiamai Oriali per fare il contratto: andando verso Parma, mi chiamarono dicendomi che Galliani aveva preso Orlandini. Mi chiamò Regalia e gli dissi che ero in difficoltà: mi disse che era a vedere un’amichevole dell’Inter e aveva visto Recoba. Dissi a Zamparini di Recoba: andai all’Inter e con Mazzola feci quest’operazione. Io l’avevo visto mezza volta, ma lui ci portò alla salvezza”.

Sui rimpianti di mercato: “Sono tanti, l’ultimo è stato alla Juventus: potevamo prendere Haaland per 2 milioni. Potevamo prenderlo per poco, oggi è uno dei calciatori più importanti a livello internazionale. Non può arrivare in Italia un giocatore così: nel 2000 nei primi dieci fatturati d’Europa c’erano cinque italiane, oggi solo la Juve. Siamo un campionato di transizione, vedi Lukaku: ti porta a gustare i campioni che poi quando si affermano vanno alla ricerca di ingaggi maggiori all’estero. Noi siamo obbligati ad agire di ingegno: noi abbiamo lavorato in questo mercato con queste virtù. Questo va di pari passo alla Nazionale che ci ha portato ad una grande soddisfazione. L’Italia mette sempre in vetrina grandi giocatori e allenatori: vanno fatti giocare. Qui manca la cultura della sconfitta: se i giovani sbagliano, arrivano i fischi e si bruciano. Questo malessere va combattuto. Ma oggi il tifoso è diverso, oggi è più aperto a capire le difficoltà che ha il proprio club: nel caso nostro è andato via Conte e c’è stata una rappresentanza della Curva sotto la sede. Gli abbiamo fatto capire le necessità, le hanno capite e ci hanno sempre sostenuto: il rapporto dovrebbe essere così”.

Su Cristiano Ronaldo: “Io ho espresso la mia valutazione: tutti lo vorrebbero, è un campione e da loro impari sempre. Ha una cultura del lavoro massima. Poi però bisogna collocarlo in un ambiente che in quel momento, secondo me, doveva confrontarsi con valutazione economiche: non è stato quello l’elemento che ha incrinato il rapporto con la presidenza”.

Su Dybala: “Poteva venire all’Inter, ancora oggi non ha firmato con la Juve… Ma sicuramente firmerà, oggi è nelle condizioni migliori per rappresentare il futuro della Juve. Quando si ventilava uno scambio con Icardi c’è stata questa possibilità”.

Su Lautaro Martinez: “Sta dimostrando con i fatti di essere un giocatore che rappresenta il presente e il futuro. Ha grandi qualità calcistiche e umane: il suo futuro non può che essere splendido, mi auguro sia all’Inter. Noi faremo di tutto, a breve annunceremo il rinnovo che metterà le basi del futuro. Non perdiamo di vista il fatto di fare una squadra con un mix di esperienza e giovani”.

Sulla famiglia Zhang e il club: “Siamo stati messi dietro alla lavagna come società: io posso dire con certezza che l’Inter continuerà a viaggiare in alto in sicurezza finanziaria. Il modello non sarà quello faraonico, ci saranno investimenti razionali: non possiamo immaginare che gli Zhang, che vogliono andare avanti, possano ripianare le perdite. Anche noi dobbiamo conciliare e trovare equilibrio. Vogliamo lottare per traguardi ambiziosi guardando anche il nostro settore giovanile”.

Sugli allenatori: “Conte è stato il più vincente, anche lui ha fatto un percorso di crescita. Siamo riusciti a vincere a Torino e a Milano, è una bella cosa. Mi è capitato nella vita di dover congedare allenatori bravissimi a livello umano ma che non erano vincenti: più un allenatore è vincente più è scomodo e crea una forte situazione di contraddizione. Questo deve essere interpretato come stimolo e non come contrasto. Conte è molto cazzuto, ha dimostrato di essere vincente ed esigentissimo. Dà una cultura della vittoria come pochi. Inzaghi sta ricalcando quel profilo: diamogli tempo, scelta migliore non potevamo farla”.