Juventus, Chiellini: “Ho ancora qualcosa da dare in campo, poi mi piacerebbe fare il dirigente”

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È il Giorgio Chiellini day. Il difensore della Juventus è intervenuto ai micofoni di Sky Sport per parlare di vari aneddoti sulla sua autobiografia, in uscita il 12 maggio in tutte le librerie d’Italia, e non solo.

L’emergenza coronavirus vissuta da Chiellini

“Sono stati due mesi difficili per tutti, li abbiamo vissuti tutti in modo diverso. Io ho vissuto un mese chiuso in quarantena nel centro sportivo, poi sono riuscito a passare tanto tempo con la mia famiglia. Però quando vedi intorno tutto ciò che succede, non riesci a goderti il momento a pieno. Si sono riscoperti quei valori della vita che di solito trascuriamo”.

Chi è Chiellini?

“È un calciatore che ha fatto tanti anni di carriera e si è tolto tante soddisfazioni. È stato un percorso difficile ma sono orgoglioso di quello che ho fatto. Ho pensato che fosse il momento giusto per fare un punto della situazione e parlare un po’ di me a 360 gradi svelando ciò che un giocatore prova fuori dal campo”.

Il futuro fuori dal campo

“La cosa che mi piacerebbe fare sarebbe un percorso dirigenziale, ma prima devo capire se ne sono capace e quali sono i miei difetti in quell’ambito. Il calcio è la mia vita e ne farà sempre parte, quindi non voglio staccarmene. Però penso ancora di avere qualcosa da dare in campo”.

Il retroscena di Capello

“Giocava nel Livorno e venne acquistato dalla Roma, lo vidi giocare una partita, prendemmo il 50%. L’altro 50% lo acquistò la Juventus e alle buste la Juventus fece un’offerta superiore alla Roma. Fui molto contento di ritrovarlo a Torino”.

Il rapporto con Capello

“Sono contento. Ho conosciuto Capello in un Roma-Livorno primavera per poi ritrovarlo nel 2004 in ritiro e, dopo un anno a Firenze, mi ha voluto fortemente alla Juventus. Ero un giocatore che sprecava molto in corse inutili e tutto questo sprecare mi toglieva energie e lucidità nella fase difensiva. Col passare degli anni ho imparato a gestire tutto questo sopratutto grazie alla testa. Capello era un allenatore che non regalava niente, perché tutti i minuti che ho giocato me li sono guadagnati. In un’amichevole, nello spogliatoio, il mister mi chiese che ruolo fossi e io lo guardai per qualche secondo per riflettere. Risposi che ero un esterno difensivo e lui mi corresse dicendomi che ero un difensore, ovvero un giocatore che ha come prerogativa quella di difendere e non di correre e sprecare energie come facevo io.

L’importanza di Bonucci, Barzagli e Buffon

“Abbiamo fatto la storia sia della Juve che della Nazionale perché insieme eravamo più forti della forza dei nostri valori. Si è creata un’amalgama di caratteristiche e di empatia che ci ha permesso di alzare il nostro livello”.

La gita in Canada con Bonucci

“Eravamo a Chicago e dovevamo spostarci verso Toronto. Decidiamo di prendere la macchina: scelta pessima perché il navigatore segnava 5 ore di distanza e tra andata e ritorno abbiamo preso tutti gli incidenti possibili. Siamo rientrati in albergo la sera stremati con i nostri bambini piccoli”.

Su Barzagli

“Barzagli era il più musone e silenzioso, però era quello che con il suo humor riusciva a farci ridere. È una persona molto stimata e tutti lo ascoltavano, anche se veniva sottovalutato per via del suo arrivo tra i grandi in tarda età”.

Il suo ruolo con il taglio degli stipendi

“Come capitano ho fatto da tramite ma niente di più, sono stato orgoglioso del gruppo per essere andato incontro alla società. Si tratta pur sempre di un aiuto doveroso verso ciò che sta passando il mondo”.

L’infortunio al ginocchio

“È stato un duro colpo per tutta la squadra, non avevo mai avuto un infortunio così lungo. Mi ricordo ancora che ero a terra e il mister mi intimava di alzarmi dicendomi che non era successo niente. Sono contento di averlo avuto adesso e non a 25 anni perché mi ha permesso di staccare e lavorare su tante cose. Poi con lo stop per il coronavirus ho avuto altri due mesi per recuperare al meglio e rientrare subito in caso di ripresa”.

L’umiltà e il paragone con Immobile

“Ho sempre lavorato tanto riconoscendo i miei difetti e cercando di migliorarmi. Di Immobile ho tanti ricordi perché l’ho visto crescere nella primavera della Juventus e caratterialmente era molto simile a me perché non era elegante, ma riusciva sempre ad arrivare all’obiettivo che, per lui, era far goal”.

Su Acerbi

“È un leone ed è una persona che si è saputa tirar su dopo un momento difficile. Lo stimo tanto ed è migliorato molto a livello di continuità. Consiglio sempre a lui e a Leo di giocare di meno per non stancarsi, ma quei due non vogliono saperne nulla”.

Il parere su Roberto Mancini

“Mi ha sorpreso la serenità e la fiducia che ha saputo dare in così poco tempo alla squadra. Ha capito le lacune e le cose su cui puntare per ripartire in sole due partite. Quando lo affrontavo da avversario ai tempi dell’Inter lo vedevo diverso, ma mi sbagliavo”.

Su Beppe Bergomi

“Ho avuto poche occasioni di vederlo come giocatore, ma l’ho conosciuto dopo e mi è piaciuto per la sua lucidità e pacatezza in tutti i momenti. È vero quando dice che tramite le emozioni e l’empatia si riesce ad alzare il livello delle prestazioni e a raggiungere obiettivi che sembrano irraggiungibili”.

Il ritorno alla Continassa

“Ero a casa domenica pomeriggio e mi han detto che martedì avrei svolto le visite mediche per tornare in campo. Lì per lì non me l’aspettavo e stavo bene a casa, mi è dispiaciuto dire a mia figlia che il giorno dopo sarei dovuto andare via. Non ero affatto stimolato a tornare, ma quando ho imboccato l’autostrada per andare al campo di allenamento mi è scattato qualcosa dentro. I rischi, però, saranno altissimi in caso di ripartenza, ma bisogna adattarsi”.

Il goal alla Juve e a Buffon nel periodo a Firenze

“In quel momento ero contento perché non mi sentivo un giocatore della Juventus nonostante la metà del mio cartellino fosse di loro proprietà. In campo non ho amici”.

Su Buffon

“Gigi è un fratello maggiore perché abbiamo passato 15 anni insieme. È una persona che trasmette emozioni in un gruppo di campioni dove io, all’inizio, facevo fatica a farmi spazio”.

Il calcio e la famiglia

“Il calcio è la mia vita, ma la famiglia è più importante. Cerco di conciliare tutti gli affetti con il calcio, ma non è facile perché è uno sport che porta via tante ore durante il corso della giornata”.

La difficoltà del creare un gruppo solido

“Ogni gruppo ha tanti capitani. Riuscire a creare un gruppo è molto difficile perché siamo 25 persone di nazionalità diverse e che in campo sono soltanto in undici. Fino a qualche anno fa era più facile perché c’era un gruppo di italiani più grandi con una cultura più simile alla nostra”.

Perché leggere il libro

“Si vedono tante cose di me che non si conoscono, mi sono messo a nudo di fronte a tutte le emozioni che ho provato in tutti questi 36 anni di vita. È un libro fatto col cuore e piacevole da leggere, con tutte le caratteristiche di un ragazzo per bene che non ha da raccontare momenti di vita difficile”.