Con l’addio di Sergej Milinkovic-Savic, il vero leader della Lazio è diventato Luis Alberto. Lo spagnolo grazie alle sue giocate riesce ad ispirare tutta la squadra e anche nelle situazioni non semplici che i biancocelesti hanno dovuto affrontare in questo inizio è sempre stato l’ultimo a mollare.

Il Mago ha rilasciato una lunga intervista al Corriere dello Sport in cui ha commentato tante delle situazioni che negli ultimi anni lo hanno riguardato in prima persona. Il classe 1992 ha parlato di addio alla Lazio, del non facile rapporto con Sarri e di molto altro.
Le parole di Luis Alberto
Sul suo carattere sopra alle righe
“Mi piace fare un po’ di casino, mi piace provare quella tensione, quelle sensazioni. A volte mia moglie mi dice: devi fermarti, non andare oltre. Io sono così, se voglio fare una cosa la faccio, non mi curo degli effetti. Se penso che una cosa sia giusta per me, è impossibile fermarmi”.
L’amore per Roma e per la Lazio
“Per me la Lazio è tutto, è la seconda casa. Roma sarà per sempre la mia seconda casa, ne ho una di proprietà anche per questo motivo. I miei figli vogliono restare qui, sono romani. In estate hanno trascorso un mese in Spagna, non vedevano l’ora di rientrare a Roma. Dicono che questo è il loro posto. Mia moglie è felice, ed è la cosa più importante. Qui abbiamo tutto quello che desideriamo”.

I due momenti dell’addio: con Inzaghi
“Ci sono stati momenti in cui ho veramente pensato di andar via. Lo scorso dicembre e il primo anno, quando non trovavo spazio. Parlai con Inzaghi prima di partire per Auronzo: ‘Mister, voglio andare in Spagna e ricominciare un’altra volta nel mio Paese’. Lui dopo cinque minuti rispose: ‘No, no, ti faccio diventare play'”.
A dicembre scorso con Sarri
“La mia testa andava da una parte, la sua da un’altra. Un allenatore deve pensare al bene del gruppo e non tutti gli allenatori, in certi momenti, sanno gestire alcuni giocatori. Ne abbiamo parlato, tranquillamente. L’anno scorso si è presentato dopo dieci giorni, senza aver visto nessuno, per la preparazione di novembre e dicembre, con il campionato fermo per il Mondiale. Io volevo il Cadice, ritrovare la migliore condizione fisica, giocare. Lui avrà notato qualcosa di diverso in me e mi ha detto: ‘Tu non vai da nessuna parte, se ti alleni bene giochi sempre’. Da gennaio in avanti è cambiata la musica e anche la mia testa“.
Sul ritorno in Spagna
“Tutti dicevano un sacco di cose: vuole andar via, vuole il Siviglia e tornare in Spagna, ma io non ho mai detto alla società di volermene andare al 100%. Ho spiegato che avevo qualcosa in mano e che se era anche nel loro interesse sarei partito volentieri. Il Cadice è un discorso diverso, non è attuale, è la squadra del mio paese, sono le mie radici”.

Il rapporto con Sarri
“Il nostro era un rapporto un po’ strano. La squadra stava giocando senza di me e, giustamente, io volevo il campo. Gli chiesi se potevo andare in prestito per sei mesi. Anche per prendermi un po’ di responsabilità, andar via mi avrebbe aiutato, avrebbe aiutato me e il Cadice”.
Il miglioramento sotto la guida tecnica del toscano
“Io e Sarri siamo molto simili”. Si deve imparare un po’ da tutti. Anche quando stavo male con lui, parlando di calcio con gli amici spiegavo di averlo aiutato a capire qualcosa. Ma è soprattutto lui che mi ha aiutato a diventare un giocatore più forte, completo. Grazie a Sarri sono cresciuto tatticamente, nelle fasi di non possesso e difensiva. Era quello che mi mancava, oggi mi sacrifico di più senza perdere lucidità e brillantezza”.