Milan, tra gioventù ed esperienza: Pioli e Maldini hanno già vinto

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Non arriveranno a Natale”, “Senza Ibrahimovic è un’altra storia“, “Hanno perso l’entusiasmo“. Sono tre frasi che nella testa di molti amanti del calcio sono passate vedendo il Milan quest’anno. Dopo una partenza sprint, legittimata anche dal calendario, sarebbero arrivati gli scontri diretti con l’Inter, con la Roma con il Napoli e con la Lazio. Eppure qualcuno non aveva paura di questi scontri diretti, qualcuno credeva nei suoi uomini, credeva nel bottino pieno o quasi (10 punti conquistati su 12 disponibili), anche prescindendo dalla guida tecnica, carismatica, e oseremmo dire anche spirituale. Questo qualcuno è un uomo che per troppi anni è stato definito, impropriamente, un “normalizzatore”, ma che in realtà sotto la Madonnina sponda rossonera, si sta prendendo delle belle rivincite con tutti: il suo nome è Stefano, il suo cognome Pioli.

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Un progetto partito da lontano

Il Milan di Pioli nasce nel pomeriggio del 9 ottobre 2019 in un momento buio, cupo per il Diavolo. I rossoneri, all’epoca di Marco Giampaolo, erano nella parte bassa della classifica di Serie A, venivano umiliati dalla Fiorentina a San Siro e sembrava un ennesimo anno fallimentare, mascherato come stagione di “transizione”. Boban e Maldini fanno di tutto per arrivare a Luciano Spalletti, ma gli ostacoli contrattuali fra il toscano e l’Inter impediscono il colpo. Si va su Pioli per portare la squadra a fine stagione e poi cercare un altro progetto intrigante.

La soluzione però da quel momento in poi Paolo Maldini l’aveva trovata in casa: per stabilire una base forte e solida bastava che arrivasse la seconda parte di stagione, per capire che per trovare continuità, forza e stabilità bastava soltanto confermare l’emiliano in sella in panchina e in campo Zlatan Ibrahimovic, nel frattempo arrivato nel mercato di gennaio 2020. Dal derby di Milano, poi perso 4-2, dopo un primo tempo del tutto entusiasmante, nasce questo Milan che adesso fa paura alle grandi ed è l’unica squadra ad essere imbattuta nei top five campionati europei. Una creatura concepita quando forse nessuno ci credeva, quando molti gridavano alle dimissioni di tutta la dirigenza, una creatura che adesso vince e si diverte e che all’orizzonte non vede nessun limite.

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Normalizzatore a chi?

Troppe volte la critica, la stampa, attribuisce appellativi agli allenatori, senza tuttavia concepire sino in fondo la carriera dei diretti interessati. Prendiamo per esempio Pioli. Il tecnico emiliano nella sua carriera ha raccolto sicuramente meno di quanto avrebbe dovuto. Mai sotto la luce dei riflettori e forse poco, rispetto a quanto avrebbe meritato, sottolineato il suo spessore: Pioli ha sempre portato risultati ovunque sia andato, nonostante le immense difficoltà trovate per strada.

Traguardi importanti, come quando nel 2014 conduce la Lazio terza dietro a Juventus e Roma, strappando il pass per i preliminari di Champions League. Condottiero di una buona serie di risultati utili consecutivi con un’Inter del tutto inadeguata e in mano ad una società poco presente quanto poco stabile. Poi la Fiorentina e quel meraviglioso ottavo posto, sfiorando l’Europa League nel 2018 e le speranze per la stagione successiva che invece porterà in Toscana solo disgrazie, come quella della tragica morte di Davide Astori avvenuta in albergo alla vigilia della partita con l’Udinese. Non tutti avrebbero avuto il coraggio e la forza di andare avanti, ma Stefano Pioli sì, con quella semplicità che ha reso da sempre il tecnico unico nel suo genere. Sempre senza parole o dichiarazioni altisonanti, sempre inneggiando la calma e l’unione del gruppo, eppure senza mai essere banale. In un mondo che è colmo di stipendi megagalattici, di allenatori che allungano il broncio, come i lattanti, pur di essere accontentati dalla rispettiva società nel mercato, l’allenatore rossonero è diverso, anzi normale e quindi, oggi, particolare.

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2020: l’anno della rinascita

Le ultime partite degli ultimi due anni riassumono, più di qualunque altro commento futile, le stagioni del Milan. I rossoneri chiusero il 2019 con un 5-0 subito in casa dall’Atalanta, una vera e propria umiliazione se ti chiami Milan. Il baratro toccato, un tonfo troppo duro da essere vero, dal quale la luce neppure si intravedeva. Poi il 2020, quel primo tempo del derby convincente, la sconfitta nell’ultima pre pandemia a San Siro per la prima volta vuoto, contro il Genoa. E la svolta non arrivava. Poi il lockdown, il blocco della Serie A, e un Milan nuovo, vivo, limpido e soprattutto giovane nell’estate di calcio del 2020: una serie incontrastata di vittorie e di risultati utili che facevano solo ben sperare. E hanno dato quella forza a Pioli non solo di continuare, ma anche di allontanare il fantasma di Rangnick e convincere il manager rossonero Ivan Gazidis. Il lavoro di Paolo Maldini, sempre più al centro del progetto societario, sul mercato ha avuto un’importanza capitale. Acquisti mirati, oculati, della next generation che hanno dato vigore ed energia al Milan: in due anni gli acquisti voluti dallo storico capitano hanno dimostrato e stanno dimostrando il loro valore. Da Bennacer ad Hauge, passando per Rebic per concludere a quel duo Theo HernandezIbrahimovic che testimonia il mix perfetto fra gioventù, esperienza e carattere.

Chissà se nel mercato di gennaio Maldini regalerà a Pioli altri innesti giovani, ma di qualità: la sensazione è che se puntelleranno la squadra, i rossoneri potrebbero coltivare il sogno fino alla fine. Una parola sussurrata dolcemente, quasi masticata per paura di pronunciarla, una luce flebile che via via sta diventando sempre più accecante. Il Milan sogna mostrando gli artigli quando bisogna far uscire fuori gli attributi: la creatura è cresciuta rapidamente, la gendarmeria è di quelle solide, l’attacco al palazzo del potere è partito.