Montella: “Con la Roma ci siamo lasciati male ma sogno di riallenarla. Fiorentina? Non sono stato sostenuto”

Vincenzo Montella non siede su una panchina dal lontano 20 dicembre 2019, da quel Fiorentina-Roma che gli è costato il posto. Nel frattempo, ai microfoni del Corriere dello Sport, l’ex tecnico dei viola ha raccontato molto del suo passato, soprattutto alcuni aneddoti legati ai vari esoneri.

La voglia di ripartire

“Sono fasi della carriera. Ora che la stagione sta per finire, però, mi è venuta la voglia di ripartire e aspetto un nuovo progetto. Ho approfittato di questi mese per crescere, perché quando si vive un momento di difficoltà professionale si passa dall’altra parte: migliori il carattere e i punti deboli. Ora vedo le cose in modo più distaccato. E mi rendo conto che ci sono tanti allenatori più bravi di me, l’importante è andare avanti credendo nelle proprie idee”.

L’ultimo esonero

“Quel giorno ricordo una gran partita della Roma. Ma non voglio sfogarmi ora, per questo sono rimasto tanto tempo in silenzio. In generale, penso che le società migliori abbiano sempre visione, stile e filosofia. Basta guardare l’Atalanta: scelgono un allenatore e gli permettono di mostrare tutte le sue caratteristiche. Se hai i migliori giocatori pensi sono al risultato, ma se non ce li hai serve l’idea. Commisso deve fare esperienza, ma l’entusiasmo c’è. Fino adesso ha speso molto ottenendo meno di quanto si aspettasse. Noi non avevamo un obiettivo specifico come per esempio il quarto posto, volevamo solo creare un’identità e valorizzare i giovani. Le prime vittorie avevano illuso alcuni che saremmo stati da alta classifica, così al primo calo ha pagato l’allenatore. Se io fossi una società o un dirigente, sosterrei l’allenatore fino all’ultimo momento. E se scegliessi di sostituirlo, lo farei con un altro che abbia le stesse caratteristiche. Se invece dai una sterzata vuol dire che già avevi scelto calciatori non adatti al gioco dell’allenatore precedente. Non è un discorso solo per la Fiorentina, vale in generale”.

L’esperienza al Milan

“Lasciamo stare i cambi di proprietà: prima l’ho vissuto alla Roma, poi al Milan e infine alla Fiorentina. Si vede che non sono stato bravo io a gestire alcune dinamiche, mi è mancata l’attenzione ai rapporti interni che invece servono. Mi servirà per il futuro. Ma non sono arrabbiato per l’esperienza rossonera, abbiamo vinto una Supercoppa contro la Juventus che era quasi imbattibile. E abbiamo meritato”.

Siviglia: a un passo dal successo

“Ero preso dall’entusiasmo e dal fascino del calcio spagnolo. A Siviglia ho vissuto un’avventura breve ma intensa. Avevamo fatto fuori il Manchester United dalla Champions e l’Atletico Madrid dalla Coppa del Re. Purtroppo in campionato abbiamo perso tanti punti e poi siamo stati sconfitti in modo netto dal Barcellona nella finale di coppa”.

Fonseca e la gestione dei rapporti

“Contro lo United se la gioca alla pari. Fonseca si è snaturato contro l’Ajax perché contava il risultato. Io lo apprezzo molto anche per lo stile, ma non so se merita la conferma: i matrimoni si fanno in due. Dzeko e Fonseca come io e Capello? Possiamo dire che da calciatore ero una testa di cazzo, volevo giocare sempre e ancora di più in quel periodo. Stavamo vincendo lo scudetto, mi sentivo più forte degli altri. Gestendomi in quel modo Capello ha tirato fuori il meglio di me, poi ho lasciato la Roma quando non mi arrabbiavo più. Con Fabio c’è stima reciproca, ma quella volta non aveva ragione…. A parte gli scherzi, lui voleva tirare fuori il massimo dalla squadra, non dal singolo”.

Un sogno chiamato Roma

“Per me la Roma è un doppio percorso incompiuto: la prima volta speravo di rimanere come allenatore per impostare un progetto dall’inizio, la seconda hanno scelto un altro allenatore dopo vari sondaggi. Nel 2012 mi sentivo l’allenatore della Roma, ci siamo lasciati male perché ci credevo. Ma non ricordo di aver cacciato di casa Baldini e Sabatini come si racconta: con Franco mi sento ancora. A distanza di tempo ho capito che volevano bloccarmi per evitare di farmi prendere altre strade come spesso capita, intanto stavano sondando altri allenatori. Per fortuna mi chiamò subito la Fiorentina. La Roma è parte di me, un mio punto debole. Ci ho giocato, vinto e allenato. Magari non è tardi per riprovarci: Ranieri l’ha allenata a 58, io ho ancora una decina d’anni per sperare. Ma non è una candidatura eh, non vorrei che se qualcuno volesse telefonarmi non lo faccia”.

L’aneddoto con Ribery

“Mi piace il confronto con i giocatori, basta che ci sia rispetto. Vi racconto un aneddoto con Ribery: una volta l’ho sostituito e si è arrabbiato. L’ho preso da parte chiedendogli il motivo e scherzando gli ho detto che se voleva uscire prima poteva dirmelo. L’ho fatto per smorzare i toni, il giorno dopo gli ho spiegato che l’avevo visto stanco e avrebbe rischiato di farsi male. E ora abbiamo un bel rapporto. Vlahovic 40 milioni? E’ molto forte e non è ancora al massimo, la sua crescita è anche un po’ un mio successo. Cerco un club che apprezza il mio modo di fare calcio: divertimento, identità, valorizzazione dei giovani. Quando allenavo le giovanili della Roma guardavo cassette fino alle 4 di mattina”.

I colleghi

“Pirlo? Non mi dà fastidio che alleni la Juve. La squadra aveva delle lacune in rosa, ecco le difficoltà. Conte invece dà sempre una forte identità alle sue squadre. Gattuso sta facendo bene, è un mio amico anche se quando mi sostituì al Milan ci fu qualche screzio. Ma fa parte del passato. I giornalisti mi dicono che sono permaloso, forse è vero. Ma anche voi lo siete. Se un allenatore non risponde al telefono è per stanchezza, non per mancanza di rispetto. Io penso di essere sempre stato sincero con la stampa, anche se burbero. L’allenatore preferito? Klopp. Per me era fenomenale anche quando non vinceva. Mancini è stato bravissimo sulla panchina della Nazionale: ha saputo valorizzare giovani interessanti ottenendo subito i risultati”.

Futuro

“Allegri pensavo andasse in Inghilterra, ora dico Juve o Roma. Spalletti e Sarri spero all’estero, così c’è più posto per me. Io fuori dall’Italia? Perché no. Ho studiato l’inglese e parlo benino spagnolo, in questo anno e mezzo ho visto tante partite. In questo periodo qualche proposta mi è arrivata, ma ho avuto la lucidità di respingerla. Perché a volte su alcuni treni è meglio non salire”.