Quella volta che capimmo cosa vuol dire tifare Roma

giampaolo-pazzini

Il 25 aprile di dieci anni fa la Roma terminava bruscamente la propria (epica) rincorsa al tanto agognato quarto scudetto. I giallorossi di Claudio Ranieri persero in casa 2-1 in rimonta contro una Sampdoria sempre più lanciata verso una storica qualificazione in Champions League.

E forse dieci anni fa, almeno noi più giovani, capimmo cosa vuol dire tifare la Roma.

Il preludio dell’epica impresa soltanto sfiorata

Prima di tutto bisogna ripercorrere quello che è stata la stagione 2009/2010 per la Roma. Partiamo dal calciomercato estivo: la società, come da diversi anni a quella parte, ha operato un mercato che dire di fortuna è dire poco. I “colpi” erano Marco Motta e Bogdan Lobont. Merita una menzione a parte, ovviamente, Nicolas Burdisso, pedina fondamentale per i successivi anni. Costo totale delle operazioni: 3,5 milioni di euro.

Insomma, poche possibilità e forse poche idee ma poco importava, la rosa era composta da buoni giocatori e uomini che amavano la Roma. Basti pensare a Mexes, Juan, Pizarro, Taddei, Perrotta, senza scomodare due divinità come Totti e De Rossi.

Bastava questo al tifoso, follemente innamorato, per sognare. D’altronde sono anni che si lotta contro il solito squadrone del nord per provare a cambiare la storia (in questo caso l’Inter). E poco importa se a Milano, appunto, sponda nerazzurra, arrivavano campioni del calibro di Milito, Eto’o, Sneijder, Thiago Motta e Lucio per un totale di circa 90 milioni di euro.

Ma appunto, che importa? In fondo due anni prima servì un gol di un Ibrahimovic infortunato a Parma per consegnare lo scudetto ai nerazzurri, con la solita Roma a rincorrere, a sole tre lunghezze.

Roma-Sampdoria: il buon giorno si vede dal mattino?

Insomma, chiuso il solito calciomercato con la Roma spettatrice era ora di far parlare il campo. Lì le cose andavano tendenzialmente meglio, tolta la sfortunata stagione precedente chiusa al sesto posto.

Tuttavia si parte male: brutta sconfitta in rimonta per 3-2 in casa del Genoa e crollo totale in casa contro la Juventus. Sì esatto, la partita in cui a Torino pensavano di aver acquistato un craque. Sorvolando su quello che poteva essere (e probabilmente non è stato) la carriera di Diego Ribas da Cunha, quell’inizio di campionato segna inesorabilmente la stagione della Roma.

Non solo per le dimissioni di Luciano Spalletti, ultimo allenatore vincente passato per Trigoria, ma anche per un episodio non da poco: l’esordio da titolare di Julio Sergio Bertagnoli tra i pali dei capitolini, complice il lungo infortunio di Doni e le condizioni precarie di Artur. Il “miglior terzo portiere del mondo”, proprio a detta del tecnico di Certaldo, sarà tra i protagonisti indiscussi della stagione.

Il prescelto per la panchina è un romanista di testaccio. Claudio Ranieri, autore di due capolavori: il primo incompiuto sotto il Colosseo e l’altro, compiuto splendidamente, nella grigia Inghilterra con il Leicester campione nel 2016.

Salta subito all’occhio come “quello che poteva essere” a Roma “non è” mai. Da altre parti, per quanto folle possa essere la storia, alla fine “è”.

Quanti rimpianti per la Roma

Ranieri subentra a Spalletti e la Roma, dopo qualche prestazione scialba, ritrova orgoglio e motivazioni e infila una serie di risultati utili spaventosa. 9 vittorie consecutive consentono alla squadra di portarsi a ridosso della corazzata Inter, che intanto poneva le basi per la conquista dello storico triplete.

Ma quella stagione non fu folle solo per come finì, fu folle tutto: dalle vittorie clamorose, come quella in casa della Juventus all’ultimo respiro, alle occasioni perse. Basti pensare che la Roma fermò il suo filotto di vittorie consecutive pareggiando 2-2 contro un Napoli non irresistibile. Quella volta era in vantaggio, per 2-0.

Circa due settimane dopo invece, per i più attenti almeno, arrivò la gara che segnò inesorabilmente la stagione dei capitolini: 3-3 in casa di un Livorno a dir poco modesto. Anche questa volta il vantaggio era di due reti.

Roma-Inter e Lazio-Roma: quando pensammo di poter riscrivere la storia

Arriviamo dunque al mese più concitato della storia recente della Roma, quello a cavallo tra Roma-Inter e Lazio-Roma.

Sono le 18 del 27 marzo, la Roma è a 4 punti dall’Inter di Mourinho ed ha la possibilità di riaprire il discorso scudetto. La partita è una delle più tese e intense che si ricordino in Serie A negli ultimi anni. Lo stadio è tutto esaurito e la squadra è un tutt’uno con i suoi tifosi.

Ma al di là del colpo d’occhio, della bellezza della partita, quello che colpisce è il suo andamento: il contrario del romanismo. Daniele De Rossi porta in vantaggio i suoi con una papera clamorosa di Julio Cesar, uno dei portieri più forti in quel momento. Già questo fa notizia.

Sì, perché quella stessa porta vedrà illustri sconosciuti o presunti tali reinventarsi portieri impeccabili, può dirci qualcosa a riguardo Vlada Avramov del Cagliari, ad esempio. Comunque, la gara è tosta ed alla fine l’Inter la pareggia, con un gol in fuorigioco. “Ecco, ci risiamo, il solito errore che favorisce gli altri. Addio sogni di gloria”.

No, stavolta no. Taddei lascia partire un tiro sbilenco, Luca Toni aggancia come può e trafigge Julio Cesar. L’Olimpico non ci crede e forse non ci crede nemmeno DDR che, non sapendo come esultare, si appende alla traversa e la stringe forte, come a dire “Io da qui senza i tre punti non esco”.

L’Inter è una furia, la Roma soffre; è la classica sofferenza che anticipa la delusione e invece: palo clamoroso di Milito all’ultimo respiro. Finisce così, con la Roma dalle poche possibilità ma dai grandi sogni ad una lunghezza dal primo posto.

Veniamo al 18 aprile, Lazio-Roma, un’altra partita densa di significati. I giallorossi sentono la pressione di dover mantenere il primato; la Lazio deve salvarsi ma probabilmente, come confermerà poco tempo dopo, pensa, potendo solamente guardare dal basso, più ad ostacolare gli storici rivali.

La Lazio passa in vantaggio e la Roma è in bambola, tanto che concede un rigore che può chiudere la partita. Ma, come dicevamo prima, l’uomo della provvidenza è Julio Sergio che con una strana parata ipnotizza Floccari.

E allora tra i tifosi, memori dell’impresa di pochi giorni prima, si fa largo una strana idea: “Ma vuoi vedere che è la volta buona?”. Poteva esserlo, visto che Ranieri (ricordiamo tutti il cambio di Totti e De Rossi all’intervallo) e la Roma la ribaltano 2-1, rispedendo i cugini nell’oblio della lotta per non retrocedere.

Roma-Sampdoria: il romanismo spiegato ai più

Ci siamo, la Roma è capolista dopo aver battuto Inter e Lazio. Resta un ultimo, grande ostacolo: la Sampdoria di Delneri in piena corsa per la Champions League. Le sensazioni sono contrastanti. Da un lato il pessimismo, il “mai ‘na gioia” che contraddistingue il tifoso della Roma. Dall’altro la consapevolezza di essere forti, coraggiosi e con la possibilità di cambiare il corso degli eventi.

Corso degli eventi che invece non cambierà: la Roma paga un tour de force senza precedenti, emotivo più che fisico. Le emozioni sono state tante e appunto sfiancanti. La Sampdoria espugna l’Olimpico e i padroni di casa cadono ancora una volta in rimonta.

La Roma resta quindi imprigionata nel proprio destino, nelle proprie paure, nell’incompletezza di qualcosa che è talmente bello e passionale che non può essere anche vincente. Neanche una volta.

Di esempi così potremmo portarne tanti altri, prima e dopo quella fatidica gara: banalmente, i due Roma-Liverpool, con il primo decisamente più importante.

Dunque, questo vuol dire essere della Roma: condannati ad essere belli, a tratti bellissimi, ma condannati a sperare in un “Davide contro Golia” che possa ripetersi e che poi, puntualmente, non si ripete.