Dallo sbarco delle star alla fuga di massa: il rapporto controverso tra il calcio e la Cina

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Difficile pensare, soprattutto per noi italiani, ad un mondo in cui il calcio non sia lo sport nazionale. Eppure da qualche parte è così. Per esempio in Cina lo sport nazionale è il tennis tavolo, e il calcio, soprattutto fino a poco tempo fa, occupava un ruolo abbastanza marginale e tutto da scoprire. Per poter diffondersi e creare un vero e proprio movimento nel calcio, come in qualsiasi altro mondo, c’è bisogno di due cose: investimenti e uomini immagine.

Cannavaro, Lavezzi, Hamsik, Paulinho hanno cercato di contribuire allo sviluppo del gioco più bello del mondo nel continente orientale, attratti anche e soprattutto dai mastodontici ingaggi garantiti dalle società cinesi. Ma dopo tanti e sproporzionati investimenti la domanda sorge spontanea: il calcio cinese si sta veramente sviluppando?

Calcio legato alla politica

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Investimenti facilitati dalla passione nutrita da Xi-Jiping, che assume la carica importante di Segretario del Partito Comunista e che fortemente vuole lo sviluppo del calcio cinese fin dal suo insediamento come segretario del PCC. Così, sempre sotto l’influenza di Xi-Jiping, nel 2015 i vertici della Chinese Football Association e il ministro dell’educazione cinese si riuniscono per stilare un piano di sviluppo organico del calcio cinese, con l’obiettivo di farne una cosa seria.

Sviluppo delle strutture, crescita dei giovani, nascita di una vera e propria lega autonoma (GAS) sono solo alcuni dei punti sanciti da questo programma. Ci si accorge però che l’ambizione non basta. Sono imprescindibili gli investimenti. Portare in Cina calciatori e allenatori di prima fascia avrebbe potuto dare una spinta decisiva alla crescita. Ramirez, Tevez, Jackson Martinez, Guarin, Witsel sono gli apripista.

Giocatori blasonati che avrebbero potuto dare ancora molto in Europa, ma che scelgono, anche in virtù di stipendi da capogiro, di disputare un campionato diventato professionistico solo nel 2004. Bisogna trovare un punto di incontro però fra la necessità di farsi pubblicità e la crescita di giovani talenti cinesi: così si pattuisce che solo 4 giocatori possano provenire da un qualsiasi altro campionato estero, un solo giocatore da un campionato della confederazione asiatica, tutti gli altri cinesi. Altra importante eccezione è legata ai portieri: devono essere necessariamente locali.

Scarsa competitività

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Gli acquisti onerosi di ottimi giocatori continuano: Ferreira Carrasco, Hamsik, El Shaarawy non sono giocatori da meno rispetto a quelli che li hanno preceduti. La differenza si rintraccia nel fatto che sembra si stia aprendo un contro-esodo: Tevez è tornato al Boca Juniors, nonostante un ingaggio da 32 milioni annuali, Witsel non appena ha avuto l’opportunità è tornato in Europa. Lo stesso Ferreira Carrasco sta cercando in tutti i modi di fuggire dalla Cina (più e più volte è stato accostato a Milan ed Inter).

Da questa voglia dei giocatori di tornare in Europa si rintraccia che non bastano i soldi, i mirabolanti ingaggi a far del calcio un ambiente solido e sviluppato. C’è bisogno dello sviluppo della competitività, della serietà del movimento, non basta spendere soldi come a Monopoli. Consapevoli di ciò, si è provato a cambiare strategia, creando accademie calcistiche dei grandi club europei che avrebbero potuto far emergere qualche talento cinese: nel 2012 quella del Real, poi quella del Barca, quella della Juventus, dell’Ajax e del Man City. Scuole calcio che ancora non hanno dato i loro frutti: nessun talento è uscito.

Un fulmine a ciel sereno

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È fresca la notizia che anche Marcello Lippi, uno dei primi a trasferirsi, abbia abbandonato l’ambizioso progetto di crescita del calcio nel continente orientale, dimettendosi da allenatore della nazionale cinese. Il tecnico Campione del Mondo è da sempre un uomo che vive di vittorie, che ama competere, tutte cose che ad oggi evidentemente la Cina non può dargli.

Troppo basso il livello, troppa poca qualità per solo pensare di competere. Resiste almeno per il momento, invece, un altro campione del mondo, Fabio Cannavaro che guida il Guangzhou, una delle big cinesi.

Non bastano i faraonici ingaggi per poter parlare di calcio in sviluppo, occorre ben altro. Tocca ai cinesi scoprirlo.