Una stella chiamata Atalanta

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Leggendo la rosa dell’Atalanta non le daresti due lire: dalla C di Caldara alla T di Toloi passando per la H di Hateboer. Non percepisci ci sia talento in quella squadra, ti sembrano tutti onesti mestieranti e se il calcio fosse una scienza esatta, loro lotterebbero per una salvezza tranquilla, senza infamia e senza lode. Invece il calcio è lo sport più episodico di tutti, il più tattico, il più mistico e quel 3-4-3 della Dea sembra un trattato di una conferenza dove si narra una nuova scoperta, dove si appone una firma per brevettare un’invenzione che rompe ogni paradigma col passato.

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Una stella destinata a brillare

Ieri sera, 12 Agosto 2020, si è conclusa nel modo più cruento possibile una stagione memorabile di un collettivo inesauribile, con un allenatore dalle competenze inversamente proporzionali alla simpatia. Si è spenta sotto i colpi di due fenomeni assoluti come Neymar e Mbappé: il primo che all’alba dei 30 anni si sta finalmente prendendo la scena che Dio aveva pensato per lui; il secondo che controllerebbe la palla in velocità anche scendendo in montainbike dai Pirenei.

Al termine di 20 minuti di assedio, il PSG ha rimontato la Dea con due gol sul gong cancellando un’impresa memorabile ma non una stagione da Oscar. Se, infatti, il PSG, a questo punto, si candida alla statuetta più ambita, l’Atalanta si aggiudica in un colpo solo il premio della critica, il premio per la sceneggiatura originale e il premio per l’animazione col suo capitano – El Papu Gomez – che potrebbe essere tranquillamente il protagonista di quei manga giapponesi che guardavamo da bambini. Un anno in cui Bergamo ha pianto come poche altre città in Europa e dove il suo migliore calciatore (si scrive Ilicic si legge Zidane) non è riuscito più a giocare dopo il lockdown, con le vittime bergamasche che gli hanno riacceso gli incubi della dilaniante guerra dei Balcani.

La speranza è che questa non sia una supernova, ma una stella in grado di accendersi nel tempo: grazie Dea.