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Lo spirito Juventus è un mito ormai: tutte le tappe di un fallimento scritto

“Conosci perfettamente te stesso, i tuoi soldati e i tuoi avversari e non temere di perdere la guerra. La vincerai“. Uno dei più grandi detti così recitava. Da qui potrebbero partire le valutazioni su Massimiliano Allegri e sulla sua Juventus che sicuramente nei pensieri dell’allenatore toscano era diversa. Allegri dev

Redazione
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Conosci perfettamente te stesso, i tuoi soldati e i tuoi avversari e non temere di perdere la guerra. La vincerai“. Uno dei più grandi detti così recitava. Da qui potrebbero partire le valutazioni su Massimiliano Allegri e sulla sua Juventus che sicuramente nei pensieri dell’allenatore toscano era diversa. Allegri deve interrogarsi del motivo per il quale questa squadra sembra aver finito la benzina dopo non appena 10 minuti di partita. Quel motto “Till the end” sembra appartenere ad epoche storiche lontanissime dal presente. Quella smania di vittorie da raggiungere in tutti i modi sembra un principio che è appartenuto ad un’altra categoria di giocatori. Proprio le categorie forse fanno la differenze. Forse la Juventus di un tempo, quella bella (contano i titoli) e vincente dell’Allegri 1.0, era composta da uomini prima che da giocatori, da gente che andava in guerra pur di ripudiare il pensiero della sconfitta. Questa dell’Allegri 2.0, brutta e perdente, sembra una squadra composta da tanti singoli messi lì e pensati male. Da singoli non da uomini: l’uomo avrebbe almeno una certa indole a reagire che al momento negli intrepreti della Juventus non c’è.

Juventus, la base della crisi sono le scelte: anni bui che hanno portato al tracollo

La luce della Juventus pian piano in questi anni si è indebolita. E’ diventata più flebile, meno accecante. La sensazione è che dopo la decisione di abbandonare Allegri c’è stata troppa confusione. Sarri, infatti, è arrivato, quasi sapendo il proprio destino: ossia quello di non essere amato da una gran parte dei tifosi e della dirigenza stessa. In un anno complicatissimo porta comunque allo scudetto, ma per partito preso viene esonerato e mandato via come il capro espiatorio di una delusione si sarebbe poi riverberata negli anni successivi. Capitolo Pirlo. Si insedia come allenatore emergente dell’Under 23 per poi, dopo circa 10 giorni, essere catapultato ad allenare un certo Cristiano Ronaldo. Una scelta fatta al buio, quasi d’istinto, giusto per capire la sensazione di avere uno che non aveva mai allenato in panchina. L’annata porta alla vittoria della Coppa Italia e della Supercoppa e ad un quarto posto che sembrava una chimera ad un certo punto della stagione, specialmente dopo la sconfitta interna con il Benevento. La luce però era diventata flebile, lontana da quel bagliore degli anni precedenti. Cristiano addirittura venne definito un peso dalla qualunque, che etichettava il portoghese come un giocatore al tramonto e che pensava solo ad assolutizzare. Le 101 reti di CR7 in tre anni forse negli ambienti juventini sono state dimenticate troppo presto. “Spazio ai giovani” si sentiva dire. “Non abbiamo bisogno di Cristiano, abbiamo i ragazzi” si ripeteva e magari qualcuno ci ha creduto pure. E poi la scelta più in disaccordo con questi slogan, quasi elettorali e colmi di frasi fatte: quella di riprendere Allegri, che per antonomasia è l’allenatore che lavora quasi ed esclusivamente con giocatori pronti ed esperti. Da qui, il buio. Da qui si arriva al Maccabi, la fine di una gestione scellerata degli ultimi 4 anni. Senza senso.

Dov’è finito quello spirito Juventus?

Le responsabilità di Allegri sono lampanti e nessuno in questo momento vuole anche in quanto non potrebbe difenderlo. La scelta comunicativa del toscano da due anni a questa parte è cambiata: non è più satirica e divertente, non è più quella sprezzante ironia toscana, ma è diventata irosa, polemica, sorta quasi per rivendicare un qualcosa agli occhi di tanti. Il malessere dell’allenatore è lampante: questa squadra non la sente sua. Sente di non avere quei giocatori di cui ha goduto un tempo che prima di grandi professionisti erano grandi uomini. Il concetto sta proprio in questo: la Juventus al momento non ha uomini o almeno non ha uomini che tengono fino al midollo al bianconero. Gente come Chiellini, come Buffon, come Barzagli, come Marchisio, come lo stesso Evra non c’è, ma non solo dal punto di vista tecnico. Non esiste, ed è questo il problema, nello spogliatoio che grida per la mancanza di leader. Bonucci da solo non basta (in campo al momento imbarazzante), Cuadrado è sempre con il muso lungo, Locatelli forse non ha ancora quella capacità adatta di prendersi lo spogliatoio. E poi i nuovi sembrano calati nel sistema quasi per casualità: Di Maria non ha portato nulla fino ad ora  dal punto di vista tecnico   come uomo squadra. Un uomo squadra e un simbolo non si fa espellere dopo 20 minuti a Monza. Vlahovic è indemoniato, ma la faccia nelle interviste post partita raramente la mette. Simbolo significa anche questo e l’età non può essere una causa che giustifica un inadempimento. Simbolo equivale a dire di mettere la propria faccia davanti pur di difendere la Juventus. Dovrebbero tutti magari andare a rivedere le interviste di Buffon e di Evra rilasciate dopo Sassuolo-Juventus nel lontano 2015, quando esisteva ancora quella Juventus forte e solida nonostante le sconfitte.

Quella Juventus era forte perchè conosceva perfettamente ognuno dei suoi componenti e i limiti di tutti. Conosceva l’avversario. Per questo perdeva raramente e faceva sembrare tutto più semplice. Non era Allegri la soluzione prima. Erano gli uomini che attorniavano il sistema. Così come ora il problema grosso è ricercare quegli uomini che in questa squadra non sembrano campeggiare. Tutti colpevoli, tutti dovrebbero prendersi una pausa per pensare e per riflettere.