OK Calciomercato

Zeman: “Odiavo i comunisti. Ho sempre tifato Juventus. Nel 1998/99 i torti arbitrali costarono alla mia Roma 21 punti”

L’ex allenatore Zdenek Zeman ha rilasciato una lunghissima intervista al Corriere della Sera in cui si è raccontato sotto ogni punto di vista. Il settantacinquenne ha parlato delle sue idee politiche, dei vari club allenati in carriera e di alcuni giocatori. Le sue parole Lei è nato a Praga nel 1947, due anni dopo l’ar

Redazione
Condividi

L’ex allenatore Zdenek Zeman ha rilasciato una lunghissima intervista al Corriere della Sera in cui si è raccontato sotto ogni punto di vista. Il settantacinquenne ha parlato delle sue idee politiche, dei vari club allenati in carriera e di alcuni giocatori.

Le sue parole

Lei è nato a Praga nel 1947, due anni dopo l’arrivo dell’Armata Rossa. Come ricorda la Cecoslovacchia comunista?
«Odiavo i comunisti. Come li odiava mio padre, medico. Al piano di sopra abitava il capo del partito di Praga 14, il nostro distretto. Papà talvolta urlava dalla finestra del bagno la sua rabbia contro il regime. Ogni tanto qualcuno spariva».

Infanzia dura.
«Ci costringevano a festeggiare il compleanno di Stalin e di Lenin, ma io non ho mai portato un fazzoletto rosso. In compenso avevo una mazza da hockey e quattro palloni, anche se ogni tanto gli zingari me ne rubavano uno. Facevamo il catechismo di nascosto. Eravamo una famiglia molto cattolica». […]

Lei per quale squadra tifa?
«Sono sempre stato juventino. Da piccolo andavo a dormire con la maglia bianconera».

Zeman juventino? Ma se avete avuto polemiche durissime.
«Con la Juve di Moggi, Giraudo e Bettega. Ma la Juventus non comincia e non finisce con loro. Era la squadra di mio zio Cestmir Vycpálek: il più grande talento del calcio cecoslovacco prima di Pavel Nedved, che portai in Italia. La differenza è che Nedved, lavoratore maniacale, voleva allenarsi pure il giorno di Natale; mio zio invece amava le gioie della vita. Era stato a Dachau, e il lager l’aveva segnato. Ma mi dicono fosse birichino anche prima». […]

A Foggia inventarono la parola Zemanlandia.
«Erano appena stati promossi in B. Il primo anno arrivammo ottavi, il secondo vincemmo il campionato. Signori-Baiano-Rambaudi fecero 48 gol».

Al Nord lei non ha quasi mai allenato.
«Al Centro-Sud si mangia calcio. Una volta Boksic mi disse: a Torino vinci lo scudetto e dopo un’ora non frega niente a nessuno; a Roma avremmo festeggiato mesi».

Nella Capitale lei arrivò nel 1994, ad allenare la Lazio.
«Firmai nella sede della Banca di Roma, e trovai la cosa molto strana. C’era pure Geronzi, il banchiere, e mi chiese quale allenatore avrebbe dovuto prendere la Roma. Lui pensava a Trapattoni».

Lei cosa rispose?
«Che ero appena diventato il tecnico della Lazio, e non potevo dare consigli ai rivali».

Ma nel 1997 ad allenare la Roma andò lei.
«La Lazio mi aveva esonerato. Suona il telefono: ‘Sono il presidente Sensi’. Buttai giù: ‘E io sono Napoleone’. Era Sensi per davvero».

Lei denunciò l’abuso di farmaci nel calcio. La Juve finì sotto processo.
«Ma solo perché a Torino c’era un magistrato coraggioso, Guariniello. Io ho puntato il dito contro il sistema, non solo contro la Juve, che aveva molti seguaci. E il problema non erano solo i farmaci. Erano anche i passaporti falsi. Era anche il condizionamento degli arbitraggi. Era anche lo strapotere della finanza».

A cosa si riferisce?
«Al Nord c’era l’alleanza tra Juve e Milan; l’Inter ne era esclusa, e cercava di entrare nel sistema pure lei. Altre squadre, dal Parma alla Lazio al Perugia, erano in mano alla Banca di Roma: Tanzi e Cragnotti ne uscirono rovinati, come pure Gaucci. Che fece in tempo a caricare il suo Perugia a pallettoni, per far perdere lo scudetto del 2000 alla Juve, sotto il nubifragio».

In primo grado il medico dei bianconeri, Agricola, fu condannato, ma in appello fu assolto.
«Non perché il fatto non sussistesse, ma perché ‘non era previsto dalla legge come reato’. Saltò il presidente del Coni, cominciarono controlli anti-doping seri. E i risultati si videro subito».

Cosa accadde?
«Scoppiò lo scandalo del nandrolone. Giocatori trovati positivi inventarono scuse puerili. Couto del Parma, che era un capellone, diede la colpa a uno shampoo. Un altro, che era stempiato, a una lozione contro la caduta. Bucchi e Monaco del Perugia alla carne di cinghiale. Ci finirono dentro pure Davids e Guardiola. E io pagai un prezzo altissimo».

Vale a dire?
«Il campionato 1998-1999 fu un calvario di torti arbitrali, che costarono alla mia Roma almeno 21 punti. A Udine ci inventarono un rigore contro. Avevamo un attaccante, Fabio Junior, immeritatamente detto l’Uragano blu, che non segnava mai; quando finalmente fece un gol, glielo annullarono, non si è mai capito perché. Episodi assurdi. I calciatori videro che i loro sforzi erano inutili, e qualcuno mollò. La quartultima giornata perdemmo 4 a 5 con l’Inter all’Olimpico. Si disse che l’Inter avesse contattato tre dei miei in vista dell’anno successivo. Ebbi l’impressione che alcuni fossero distratti, c’erano difensori che facevano i centravanti… Così con Sensi decidemmo di fare nuovi acquisti».

Invece Sensi la mandò via.
«Il sistema lo convinse che con me in panchina non avrebbe mai vinto nulla».

Arrivò Capello, e nel 2001 vinse lo scudetto.
«Ma con spese folli, tipo i 70 miliardi per Batistuta trentunenne, che costarono a Sensi il tracollo finanziario. E Capello non partecipò alla festa al Circo Massimo, che io non mi sarei perso per niente al mondo. Invece mi ritrovai senza contratto; del resto avevo sempre voluto accordi annuali. Mi avevano cercato il Real Madrid, il Barcellona, l’Inter. E avevo detto no a tutti».

Così si ritrovò a Napoli, poi a Lecce, di nuovo a Foggia, quindi a Pescara. Dove si imbatté in tre giovanissimi destinati a una grande carriera.
«Immobile aveva fame. Insigne aveva talento. Verratti aveva bisogno di trovare la posizione giusta. Faceva il trequartista o la mezzala; lo impostai da regista davanti alla difesa. Dove gioca ancora adesso, nel PSG e in Nazionale».

Chi è stato il giocatore più forte di tutti i tempi?
«Pelé. Per come si comportava fuori dal campo. Chissà cosa avrebbe fatto Maradona, se non fosse caduto schiavo della droga e delle cattive frequentazioni».

E il giocatore più forte che ha mai avuto?
«Totti. Pareva avesse quattro occhi, due davanti e due dietro. Gli ho visto fare cose che sorprendevano tutti, anche me dalla panchina. Un’intelligenza calcistica prodigiosa. L’ho allenato due volte, quando aveva ventun anni e quando ne aveva trentasei, al mio ritorno alla Roma. Mi ha sempre seguito. E non abbiamo ma litigato». […]

Quali sono le sue idee politiche?
«Sono amico di Alessandro Di Battista. Mi ha anche proposto un seggio al Senato; ma la politica non fa per me, e forse neanche per lui. Nel 2018 però ho votato Cinque Stelle». […]

Resta il fatto che lei non ha mai vinto nulla.
«Ma ho regalato emozioni, lanciato talenti. Il calcio è un gioco, e io l’ho vissuto così. Ho sempre preferito vincere 5 a 4 che 1 a 0».

San Siro va abbattuto?
«No. Meglio semmai abbattere l’Olimpico: la partita si vede male per colpa della pista d’atletica, che si usa una sera l’anno».

Ma potrebbe servire per l’Olimpiade.
«L’Olimpiade è nella migliore delle ipotesi uno spreco, nella peggiore un’occasione per rubare. Come lo fu Italia ’90. Come temo saranno i Giochi invernali di Milano e Cortina».